1993 sarà l’anno del terrore! [Intervista ai creatori Fabbri, Rampoldi & Sardo]

Article by · 15 maggio 2017 ·

In occasione dell’uscita di 1993 (in onda il 16 maggio su Sky) siamo andati a Roma nella sede della Indigo Film per intervistare Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, creatori della serie.


Chi sono Stefano Sardo, Ludovica Rampoldi e Alessandro Fabbri?

Sardo: Ho 45 anni, sono nato a Bra (in Piemonte) e ora vivo a Roma. Ho iniziato a fare lo sceneggiatore all’età di 30 anni, grazie al corso di sceneggiatura Mediaset nel 2002. Lì ho conosciuto Ludovica (Rampoldi) con la quale collaboro da allora.

Rampoldi: Io sono nata e vissuta a Roma, ho cominciato come lettrice di sceneggiature per Mediaset, mentre studiavo alla Sapienza. Dopo quel lavoro decisi di frequentare il corso Mediaset –corso molto buono, che infatti è stato cancellato – dove ho conosciuto Stefano. L’anno dopo ho partecipato al laboratorio Fandango di Procacci (era una scuola di cinema a tutto tondo).
Il primo film che ho scritto è La ragazza del lago di Andrea Maioli, con il quale ho collaborato per altri due film. Poi ho scritto La kryptonite nella borsa con Ivan Cotroneo.
In ambito televisivo faccio parte della suquadra di scrittura di Gomorra 1, 2 e 3.

Fabbri: Io ho 39 anni e sono nato a Ravenna. Vivo a Roma dal 2005. Ho studiato sceneggiatura durante il master di sei mesi tenuto dalla Rai. Ho iniziato a lavorare scrivendo un romanzo per minimum fax intitolato Mosche a Hollywood nel 2000. Poi sono passato alla sceneggiatura, ho scritto Catturandi con Luca Rossi (trasmessa sulla Rai). Poi, vari episodi per diverse serie tv.

Come avete cominciato a collaborare? E su cosa avete lavorato insieme?

Sardo: Io e Ludovica abbiamo cominciato al corso Mediaset, mentre Alessandro l’ho conosciuto tramite la Nazionale di calcio Scrittori. Abbiamo lavorato tutti e tre assieme per la prima volta nel 2005, scrivendo un thriller per Rai cinema (che però non è mai stato prodotto). Insieme abbiamo scritto anche La doppia ora (2009,  che è andato in concorso a Venezia), Il ragazzo Invisibile, il primo che il secondo capitolo (non ancora uscito). Inoltre, insieme abbiamo fatto le prime tre stagioni di In Treatment, all’interno di una squadra composta da altre due persone. Dal 2011 abbiamo cominciato a lavorare a 1992, a cui stiamo lavorando ancora oggi scrivendo il terzo capitolo della trilogia.

Com’è nata “1992”, la prima serie tv Sky a non essere tratta da un romanzo?

Sardo: É nata perché Stefano Accorsi e Lorenzo Mieli sono andati da Sky con l’idea di creare una serie (o mini serie) sul ventennio berlusconiano, visto dalla parte di chi aveva vinto. Il loro primo soggetto si chiamava Il Vento del Nord aka La Peggio Gioventù. Voleva parlare delle Lega e di chi era entrato in politica dal nulla, da Mani Pulite in avanti. Doveva coprire tutti i vent’anni di storia.

Quel soggetto di una pagina, in cui però c’era solo un’intenzione, ci fu mandata dallo stesso Mieli. Noi volevamo fare una serie tv lunga e non una miniserie. In più, volevamo raccontare solo l’anno in cui era cambiato tutto – ovvero il 1992 – e i due anni a seguire (1993 e 1994). Da qui è nato tutto e abbiamo cominciato a creare i personaggi: chi si occupava del caso Mani Pulite ovvero Luca Pastore; un leghista reduce di guerra (Pietro Bosco) e uno che lavorasse per Publitalia (Leonardo Notte) e della genesi di Forza Italia.

Abbiamo poi aggiunto vari personaggi come Veronica, Bibi Mainaghi, Giulia Castello e Bortolotti. All’inizio era una serie corale a sette personaggi che poi abbiamo ridotto a cinque, facendo diventare Giulia e Bortolotti personaggi comprimari di altre linee narrative.
La serie, inoltre, doveva uscire nel 2012 nei vent’anni di Forza Italia: invece i tempi di lavoro sono stati molto lunghi e dispendiosi. È stata anche la prima volta che ci siamo trovati nel ruolo di produttori creativi.

Nella sigla di “1992” compare la scritta creata da. È una delle prime serie italiana ad averlo.

Fabbri: Quella scritta è nata da una nostra voglia ed esigenza per il bene della serie. Volevamo allargare il nostro ruolo, creando una figura che in Italia ancora non esiste: lo showrunner. Quindi uno sceneggiatore (o più sceneggiatori, come nel nostro caso) con più mansioni, che può partecipare a tutte le fasi di creazione della serie, non solo la scrittura. In 1992, infatti, abbiamo anche scelto i registi: ne abbiamo incontrati diversi insieme al produttore, cercando di trovare lo sguardo giusto che assecondasse lo stile che volevamo dare durante la scrittura. In più, abbiamo scelto gli attori, abbiamo seguito le riprese accanto al regista, in quanto “tutori del senso” della narrazione. Poter essere lì ha dato un grande aiuto, secondo noi, alla qualità della serie. Il modello si è poi riproposto in 1993, creando una bella squadra e un ottimo clima gratificante.
Tutto questo ha aiutato anche noi nella creazione della storia, perché scriviamo già pensando a quando verrà girato, in modo più consapevole.

Sardo: La possibilità di fare da showrunner nasce anche dal fatto che non ci fosse un’opera precedente da cui è stata tratta la serie. Anche i produttori hanno riconosciuto che serviva qualcuno a tutelare l’orignalità dell’opera. La nostra presenza era utile per tutti, dato che questo è un prodotto diverso dagli altri.

Cosa ci aspetta in “1993”?

Rampoldi: in 1992 abbiamo raccontato una rivoluzione; in 1993 racconteremo l’anno del terrore, di guerra civile e tutti-contro-tutti, di eventi oscuri e sanguinosi, di bombe di cui lo scopo è tutt’ora sconosciuto. In 1992 viene sfalsato un blocco di potere che è durato 50 anni, creando un buco di potere che varie forze tentano di coprire. Questo è lo spettacolo che racconteremo: una guerra per prendere quei posti di potere prima che la finestra di opportunità si chiuda.

Qual è il vostro momento preferito in “1992”?

Rampoldi: Quando Leonardo Notte va in Sardegna per avvicinarsi a Berlusconi, arrivando a servirsi della figlia pur di intrufolarsi nella villa e conoscerlo.

Fabbri: Il monologo su Chiquita alla fine del primo episodio con Leonardo Notte. È da lì nasce tutto.

Sardo: Il momento in cui Leonardo Notte sussurra che Non è la Rai è uno show pedofilo e quindi piacerà molto agli adulti. Si coglie bene lo spirito oltraggioso e pop della serie, all’interno di una trama noir.

Cosa ne pensate della serialità italiana in questo ultimo periodo? La Rai ha prodotto “I Medici”, Sorrentino ha la sua serie, Netflix sta già producendo “Suburra”.

Sardo: É il momento migliore degli ultimi 20 anni. Improvvisamente si cercano idee nuove. A livello europeo c’è una grande caccia di contenuti che in Italia viene percepita fino a un certo punto, non siamo ancora all’altezza della situazione. Il sistema, compreso noi sceneggiatori, non ha ancora capito che cosa e quanto stia cercando l’Europa. Siamo talmente disabituati a essere originali in Italia che al momento in cui (a noi autori) viene chiesto di esserlo, siamo in affanno.

Ciò non toglie che la chiamata c’è, e oltre a Netflix, anche Amazon sta per produrre in Italia. Tim Vision ha dichiarato di voler produrre e cerca progetti. Quello che sembrava un duopolio di Mediaset e Rai, improvvisamente non c’è più. La Rai, per altro, sta cercando di cambiare la propria offerta: è un momento molto florido dove ci sono molti prodotti di tendenza in fase di lavorazione. Sono molto pochi quelli già pronti. Speriamo che i progetti si facciano ora e che non si perda l’opportunità.

Cosa consigliereste a chi vuole scrivere una serie TV oggi?

Fabbri: Qua a Roma c’è molta più possibilità di farsi leggere, c’è più interesse nei nuovi progetti. I criteri dei produttori stanno cambiando, c’è una ricerca sulle idee originali. Consiglio di unirsi a un gruppo di lavoro perché il mestiere, alla fine, si impara facendolo. Bisogna avere un portfolio di idee e progetti da fare leggere e raccontare, così si può passare al livello successivo e cominciare a lavorare con altri colleghi ed entrare nei progetti in corso. Bisogna conoscere altre persone e condividere le proprie idee perché questo lavoro si fa in squadra.

Rampoldi: Rispetto agli anni precedenti in cui la televisione italiana cercava idee docili e annacquate, ora si cercano storie con un punto di vista molto forte e originale. Un autore, prima di tutto, deve trovare la propria voce, capire il proprio punto di vista sul mondo. Sapere cosa gli piace da spettatore e provare a scriverlo. Prima, questa visione veniva molto diluita e annacquata, mentre oggi invece è molto ricercata.

Sardo: Gli sceneggiatori le cui opere vanno in onda in Italia sono 150 all’anno, che sono davvero pochi rispetto agli aspiranti sceneggiatori. L’approdo è davvero difficile. Per anni ci sono stati gli sceneggiatori da busta paga che scrivevano per le soap opera: lavoravano su un prodotto già esistente e venivano pagati settimanalmente. Ora manca un po’ quel ruolo e questo può essere un problema: è difficile entrare in un prodotto già esistente, in una serialità stretta. D’altro canto, c’è un’aspirazione più alta. Agli autori vengono chieste poche pagine ma scritte bene, anche solo tre. É quasi più importante confezionare bene l’idea che saperla sviluppare. Inoltre, capire chi è chi e portare le idee adatte ai giusti produttori delle giuste reti.

Qual è la vostra serie tv preferita italiana e qual è quella straniera?

Sardo: Italiana dico Boris, perché quando l’ho vista, ho sentito che la tv italiana poteva parlare anche a me. Non c’era quella specie di filtro che solitamente trovavo nelle serie italiane: mi faceva ridere per davvero. Per quanto riguarda una serie straniera siccome finiremo tutti per citare Mad Men, dico invece Halt and Catch Fire, una serie minore di tre stagioni (fin’ora), che racconta della nascita dei computer negli anni ’80 attraverso tre o quattro protagonisti. Un romanzo di formazione sentimentale-tecnologico, molto interessante, con bella musica e bei personaggi.

Rampoldi: Italiana dico Romanzo Criminale, perché è stata lo spartiacque che ha spezzato il duopolio Rai-Mediaset e per la prima volta abbiamo visto una serie che, da spettatori, ci faceva paventare che un altro mondo è possible. Internazionale dico Mad Men, perché ne andiamo pazzi ed è un riferimento costante nelle nostre vite; poi Boss, una serie politica splendida ma con pochi ascolti, che poi hanno cancellato dopo 2 stagioni e Twin Peaks che fu un terremoto quando uscì, un momento inaspettato che è passato dalla televisione.

Fabbri: Vediamo, cos’è rimasto? Di straniero dico Breaking Bad; di italiano… dico 1992, la nostra serie è la mia serie preferita.

Sono il direttore del sito e mi occupo anche del profilo Facebook di WSS?. Quando Mr. Z me lo concede posso uscire dalla mia stanzetta, ma è molto raro.