7 sconosciuti a El Royale: sconosciuti da una vita

Article by · 28 ottobre 2018 ·

7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale) è un thriller noir diretto da Drew Goddard. Il cast vanta attori del calibro di Jeff Bridges, Jon Hamm, Cynthia Erivo, Dakota Johnson e Chris Hemsworth.

L’arrivo

Il 1969 è stato un anno importante. Non solo perché successivo ai grandi movimenti culturali del ’68; parliamo dell’anno in cui Neil Armstrong ha messo piede sulla luna, la guerra in Vietnam era ben lontana dall’essere finita e a New York avevano luogo le grandi manifestazioni e rivolte della comunità omosessuale. È stato anche l’anno del millesimo gol di Pelè e dell’esordio sugli schermi di Scooby Doo. Insomma, un anno davvero ricco e importante in ogni campo storiografico. Nel mezzo di tutte queste grandi e piccole rivoluzioni, perché le vicende di un piccolo hotel costruito a cavallo di due stati (California e Nevada) dovrebbero interessarci così tanto?

Sette sconosciuti, dice il titolo: sconosciuti tra di loro come a noi spettatori. L’azione comincia in medias res: i personaggi arrivano all’El Royale – ognuno con i suoi tempi e con i suoi modi – e prendono possesso delle loro stanze, senza che siano noti i motivi per i quali si trovino lì. Una cosa è certa fin da subito: nessuno sembra essere chi dice davvero di essere e tutti appaiono già proiettati verso un obiettivo ben definito. Starà alla sceneggiatura, costruita con episodi a incastro, scardinare attraverso salti temporali e spaziali la verità.

Il soggiorno

Goddard evidentemente ha visto e apprezzato l’ultimo Tarantino: l’eco di The Hateful Eight, infatti, è fortissimo per tutto il film. Tuttavia gli episodi che mostrano di volta in volta il passato dei diversi personaggi qui funzionano quasi meglio che nel lungometraggio ambientato in mezzo alle nevi del Wyoming. Se in quest’ultimo, difatti, la chiave del film veniva esposta in un lunghissimo e inutile flashback di cui ormai si era capito già tutto – non è certo quello il pregio del film di Tarantino – in 7 sconosciuti a El Royale il disvelamento è progressivo e l’autore si diverte a giocare con le aspettative dello spettatore, ribaltando e aggiungendo di volta in volta un punto di vista sempre diverso.

Il confine tra California e Nevada – che attraversa letteralmente l’hotel – è la rappresentazione di un confine morale (giusto o sbagliato) sul quale i personaggi sono costantemente in bilico. L’agente sotto copertura Broadbeck non può esimersi dall’azione al fine di salvare una donna legata e imbavagliata. Il finto pastore Daniel Flynn è in realtà un rapinatore in fin di vita – e alla fine in qualche modo redimerà se stesso. Lo stesso concierge timido e impaurito dell’El Royale è in realtà un reduce del Vietnam che si porta il peso di più di cento uomini uccisi durante la guerra. Ognuno, insomma, combatte una propria battaglia, restituendo a livello tematico le varie sfaccettature di un paese (l’America) in un periodo storico che l’ha messa a dura prova.

Prendiamo il personaggio di Cynthia Erivo per esempio: Darlene è una cantante afroamericana che sceglie di non piegarsi alle logiche dello spettacolo in cui un crudele produttore (interpretato da Xavier Dolan) tenta di attirarla. Il suo essere donna ed essere nera, rimarcato da molti altri ospiti dell’hotel, è una caratteristica che la rende socialmente vulnerabile, ma la sua spiccata intelligenza e rapidità d’azione la portano ad essere l’unica vera vincitrice della vicenda. Una critica alle discriminazioni e alla ferocia dello star system.

Il finale

Nella moltiplicazione dei punti di vista di cui si è già parlato, si esalta anche la regia. Il buon Drew – che già aveva sperimentato l’idea del “dietro le quinte” con il divertente Quella casa nel bosco – non perde l’occasione per giocare con tutte le possibilità che il cinema moderno offre. Ci sono specchi che non sono specchi, scene riprese da diverse angolazioni e inquadrature totali di interni che offrono uno sguardo d’insieme su intere stanze. A volte pare quasi di essere di fronte ad un palco in procinto di assistere a una piece teatrale. Anche qui la lezione di grandi maestri del cinema contemporaneo è assimilata e ben messa in pratica.

Alcune riserve si possono trovare sul segmento finale – un problema che condivide, indovinate un po’, con The Hateful Eight. Dall’arrivo di un Chris Hemsworth che esalta con sinuosi movimenti una sorta di Charles Manson arrabbiato perché rifiutato dagli Avengers, il film intraprende un’escalation esasperante verso la classica devastazione finale tipica del cinema a stelle e strisce. Siamo di nuovo di fronte ad una lunghissima e pesantissima resa dei conti, nella quale gli sconosciuti non sono più sconosciuti. Tutti capiscono le intenzioni di tutti e lo spettatore ascolta più volte le stesse storie, chiedendosi quando si arrivi al punto. Anche le morti che dovrebbero colpire diventano una liberazione e la strada verso un finale poco soddisfacente. Sembra quasi che Goddard voglia essere fin troppo Tarantino, stavolta non riuscendoci.

7 sconosciuti a El Royale è un film divertente, ben scritto e girato. È Goddard che gioca con il dispositivo narrativo e con i topoi del genere e li piega al suo volere, anche se nel finale si compiace troppo e si perde nella confusione che lui stesso ha creato.

Qualunque cosa abbia una storia la divoro: film, serie TV, fumetti, libri, videogiochi. Mr. Z dice di stare attento alla linea, ma io rispondo che di cultura pop non è mai morto nessuno. Finora.