Il Giardino Delle Vergini Suicide: I Dis-Adattati!

Article by · 12 dicembre 2017 ·

I Dis-adattati, una rubrica d’informazione sugli adattamenti dai libri di cui (non) si sentiva il bisogno. Membro del team “Ma era meglio il libro!”, si snocciolano a tempo perso le motivazioni per cui una serie/film è riuscita o meno, senza offendere (troppo nessuno).

#13 Il giardino delle vergini suicide.

Il film analizzato per questo mese è Le vergini suicide, di Sofia Coppola, tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides.

Il libro, esordio anche per Eugenides, parla dell’ossessione di alcuni ragazzi nei confronti delle sorelle Lisbon, tanto eteree quanto inarrivabili. Bonnie (Chelse Swain), Lux (Kirsten Dunst), Cecilia (Hanna R. Hall), Therese (Leslie Hayman) e Mary (A.J. Cook) sono figlie del professore di matematica di un liceo di Michigan, di estrazione cattolica e benestanti.

La madre, una donna  bigotta, vive nella convinzione che isolare le figlie le preserverà dal male, chiudendole a chiave in camera loro.

Ragazze vs Ragazzi: del narratore onnisciente e collettivo comunitario.

Il narratore del libro e del film, infatti, è il collettivo di ragazzi che cerca in tutti i modi di parlare con le ragazze. Le voci, i corridoi del liceo, rimbombano intorno alle ragazze, così isolate e così al centro dell’attenzione. I ragazzi,  Tim Weiner (Jonathan Tucker), Parkie Denton (40), Kevin Head e Chase Bell, più di una volta scavalcano “il muro” genitoriale e arrivano ad avere un contatto con le ragazze.

Che sia il codice morse, un invito al ballo o addirittura un’assurda festa casalinga, qualunque cosa va bene per toccare le Lisbon, addirittura sbirciare nell’armadietto dei medicinali per farsi i fatti loro. Cecilia, la prima e la più taciturna, è lei che, con due tentativi, rompe la quiete cittadina e si suicida, prima tagliandosi i polsi con un santino e poi lanciandosi dal tetto.

Lei, che apparirà ai ragazzi continuamente e li prenderà anche in giro, in attesa delle sorelle che sono rimaste in quella prigione dorata che qualcuno potrebbe chiamare casa. Perché i genitori Lisbon, Mr. (James Woods) e Mrs. Lisbon (Kathleen Turner), non hanno la vaga idea di cosa vogliano davvero le figlie.

Lui, perso nei suoi diagrammi di Eulero-Venn e lei impegnata a castigare le già morigerate gonne delle figlie. È quando Mrs. Lisbon costringe Lux a bruciare i suoi dischi che si vede non solo la giusta lotta generazionale, ma l’incarnazione delle paure genitoriali. La figlia, rea di essere tornata a casa tardi (e unica a non essere più vergine, di tutte le sorelle suicide), è stata plagiata dai dischi dei Kiss.

Plagiatori, quindi, i poveri vinili finiscono nel camino con tanto di finestre chiuse, perché non si pensa tanto a come punire ma a farlo.

Le ragazze eteree e Lux Lisbon.

Le ragazze sono rappresentate principalmente da Lux, che risulta essere l’unica che si ribella all’autorità familiare, arrivando anche ad avere rapporti sul tetto. Lux è la sola delle Lisbon che i ragazzi sono riusciti a capire e provano a muoverla in giro come una pedina, sbirciando la sua vita.

Lei, consapevole di ciò che si sta perdendo, rompe tutte le barriere messe dai genitori, che tolgono e aggiungono tutto ciò che potrebbe corromperle.

Uno dei ragazzi della festa

E Trip Fontaine (Josh Hartnett), superficiale giocatore di football, è l’unico che sembra pensarla come Lux, fregandosene dei sentimenti della ragazza dopo il ballo e abbandolandola (sebbene la rimpianga, come ci dice in alcuni punti). Se dovessimo trovare degli errori nel film della Coppola (che ci sono), uno di questi sarebbe proprio l’idea principale.

Non che tutto non sia adattabile, ma un romanzo del genere, con la mancanza di personaggi “definiti” e tutto retto da un narratore che usa solo il “noi”, è una bella sfida.

Se togliamo Lux e Cecilia, il momento di gloria delle altre sorelle è solo nel suicidio, perché le definisce e le rende qualcosa a sé stante rispetto alle altre. Se i ragazzini di IT, nel mese scorso, erano definiti col righello, le sorelle sono definite solo dal nome e dal loro essere adolescenti.

I nomi o i cognomi: definire l’indefinibile.

Potremmo scrivere papiri sull’importanza del nome nei romanzi e nei film ma ci fermeremo al fatto che, nelle intenzioni dell’autore, i nomi delle ragazze erano poco importanti. Il vero motore della narrazione, quasi a “coro greco” (Eugenides è di origine greca), subissa quella necessità intrinseca di dare un nome alle cose.

Pedine, quindi, le sorelle Lisbon, quasi intercambiabili, come se la vicenda fosse comune a tutte le ragazze del pianeta.

L’abisso tra gli adulti e le ragazze per la Coppola è rimarcato dal trattamento che tutti subiscono dagli adulti.

Lo psichiatra che prova ad analizzare Cecilia dopo il primo tentativo è inutile, come la festa a casa delle ragazze. Sono palliativi che funzionano come l’acqua e zucchero quando svieni. Non previene, è una toppa messa là per non far notare lo squarcio ormai aperto.

Continuando il paragone con Muschietti e il suo IT, la Coppola si è presa pochissime libertà, pur rappresentando al meglio la Michigan degli anni ’70. Anzi, unica “presa di posizione” è il suicidio di Therese, che non riesce e che deve aspettare un altro mese per raggiungere le sorelle.

Rivedendolo oggi, la prova della Coppola non solo ha superato il tempo ma si conferma, come il romanzo, ancora adatto ai tempi che corrono e al messaggio che voleva trasmettere. Ci sono centinaia di film più leggeri e comunque fatti bene sullo scontro adolenscenziale, ma non sarebbe d’impatto come questo.

In conclusione, non solo si consiglia il recupero del romanzo, ma anche del film, per vedere l’adolescenza, la figura femminile e, in generale, i cambiamenti, sotto un buon punto di vista a livello formale e di fotografia.

Ho poca pazienza e leggo troppi libri; sono fedele solo a Mr. Z.
La mia rubrica “I Dis-adattati!” è nata per guidare tutti coloro che vogliono vedere serie tv tratte dai libri senza brutte sorprese.