Il giustiziere della notte: gli anni ’70 chiedono vendetta

Article by · 12 Marzo 2018 ·

Eli Roth torna a dirigere con Il giustiziere della notte (Death Wish), remake della popolare serie di revenge movies interpretata da Charles Bronson negli anni ’70. Questa volta il ruolo del giustiziere lo prende Bruce Willis: sarà stato all’altezza delle aspettative?

Iniziare male…

Il film comincia col presentarci Paul Kersey, un chirurgo e padre di famiglia che nutre uno sconfinato amore per la moglie e la figlia, ma che ha un grave problema nel renderlo manifesto – non si capisce se sia per il personaggio o per Bruce Willis. Quando il fratello di Paul, Frank, lo coinvolge in un debito che ha contratto con dei tipi loschi inizia un incubo: i tipi loschi irrompono in casa sua, uccidono la moglie e mandano in coma la figlia.

Paul, cittadino obbediente, è frustrato dall’impotenza della polizia e decide di prendere il problema di petto: si procura una pistola e scende in strada, deciso a vendicare i torti subiti, pronto a farla pagare ai colpevoli, intenzionato a punire il male… cominciando a sparare a un ladro d’auto completamente a caso.
Da qui in avanti, la parola d’ordine sarà “a caso”: Death Wish è un revenge movie (film di vendetta n.d.a) che non sa bene contro chi vendicarsi. Il suo protagonista si procura un bel po’ di armi e sfrutta il suo lavoro di chirurgo per parlare con vittime di episodi violenti, in modo da rintracciare i loro assalitori e… beh, ammazzarli di brutto.

…e finire peggio

Però questo ammazzare di brutto sembra davvero fatto a caso: il personaggio di Paul non è un pazzo minorato che decide di sfogarsi con tutti quelli che lo fanno arrabbiare (tipo un Super – Attento crimine, o un Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia), ma non è nemmeno un genio del crimine che da solo distrugge un’intera organizzazione criminale (tipo un The Punisher, o un Giustizia Privata); Paul è un cinquantenne che per superare un trauma ammazza dei cattivi approssimativi e convinto che per la legge dei grandi numeri finirà per ammazzare quelli giusti.

Un film che cerca la direzione e nel frattempo ammazza tutti

E come il protagonista è confuso, lo è pure il tono del film: un po’ una commedia ultra-violenta che ricorda il cinema di Rodriguez, un po’ una storia di cittadini esasperati pronti a farsi giustizia da soli che ricorda il poliziottesco italiano. Entrambi ottimi e validissimi filoni, però il mélange qui non funziona e ne risulta un prodotto che vorrebbe esprimere un commento sulla società, ma che alla fine rimane troppo infantile per poter essere preso sul serio.

Explotation: quella cosa che Roth deve lasciare in pace

Eli Roth ha un grosso problema con i remake: si è già visto con The Green Inferno, film che voleva scimmiottare la critica sociale di Cannibal Holocaust e che alla fine si è risolto con uno splatter dal messaggio molto controverso, cioè che i cannibali sono merde, punto.
Death Wish fa la stessa fine: il tentativo di rifare un film popolarissimo e violentissimo con scene girate meglio ma con un messaggio e una storia del tutto snaturati: nessun conflitto morale per il personaggio, nessun senso di pesantezza per i suoi delitti, ma neppure la pura gioia di sparare a dei perfetti sconosciuti. Death Wish toglie l’intelligenza ai revenge movies e la gioia alle commedie d’azione, regalandoci un meraviglioso aborto.

Ultimissimo consiglio

Eli, non fare più i remake, te lo chiediamo in ginocchio.
Torna a fare Hostel, va’.

La mia vita è fatta di serie TV e film a livello da tossicodipendenza. Dicono che ho un problema, ma Mr. Z dice che finché faccio le recensioni va tutto benissimo, quindi…