Intervista allo sceneggiatore di “Lo chiamavano Jeeg Robot” Nicola Guaglianone

Article by · 26 aprile 2017 ·

Sabato 11 marzo abbiamo incontrato lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, dopo aver partecipato alla sua Masterclass di scrittura a Torino. Nicola ha scritto numerosi film, come Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili e L’ora legale.

Chi è Nicola Guaglianone?

Sono un ex bambino timido con un amico immaginario che ho sfruttato per comprarmi qualcosa di buono da bere.

Com’è stato scrivere e vendere un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”?

É stato più facile scriverlo che venderlo. Il soggetto è venuto già da sé, poi la sceneggiatura ha avuto più di otto stesure. Il lavoro più duro l’ha fatto Gabriele (Mainetti) per far capire la storia a tutti quelli che all’inizio arricciavano il naso (e adesso sono saliti sul carro del vincitore).

Per la produzione, invece, Rai Cinema ha creduto nel soggetto e ci ha consentito di sviluppare la sceneggiatura. In più, siamo stati aiutati anche dal ministero.

Com’è stato portare un film di super-eroi nel cinema italiano?

Io e Gabriele avevamo fatto capire cosa volessimo fare con i cortometraggi Tiger Boy e Basette. Lì avevamo già disegnato una linea “poetica”, anche se un po’ mi vergogno a dirlo. Questo aveva fatto capire cosa volessimo fare, ma non bastava (nonostante Tiger Boy fosse stato selezionato dall’Academy tra i 10 finalisti per le nomination agli Oscar del 2014). Noi volevamo fare assolutamente un film che mischiasse due generi molto diversi: quello degli anime giapponesi con i super eroi e quello classico italiano di Calligari, Pasolini

Come mai “Jeeg Robot” e non un altro anime/manga giapponese?

Per la sigla. La canzone, corri ragazzo laggiù coda da lampi di blu per me ha una potenza e carica antidepressivi più forte del Lexotan.

L’Italia agli Oscar avrebbe potuto candidare “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Indivisibili”, entrambi scritti da te. Pensi che uno dei due avrebbe potuto vincere?

Diciamo che lì non c’è una selezione, sono film presentati dai produttori per essere selezionati in quanto film italiani (e quindi stranieri). Comunque chi può dirlo… è talmente imprevedibile, lì.

Magari poi sbagliavano anche a leggere il vincitore della vostra categoria, come hanno fatto con “La La Land”.

Ah sì, ma tanto poi invitavano solo il regista, non lo sceneggiatore. Una volta mi hanno raccontato che Federico Fellini e Ennio Flaiano litigarono perché quando andarono agli Oscar, a Fellini avevano comprato un biglietto aereo in prima classe e a Flaiano in economica.

Cosa ne pensi del cinema italiano e del fatto che la maggior parte dei prodotti siano commedie oppure film d’autore, come i prodotti di Sorrentino?

Credo che qualcosa stia cambiando e che stia nascendo una nuova generazione di autori e registi che vogliono un cinema italiano diverso, con le storie e l’immaginazione al primo posto. Abbiamo sempre meno “personaggi da partita IVA”, professionisti con crisi esistenziali. Iniziamo ad avere idee che si possono raccontare in cinque piani d’ascensore. Questo è quello che mi auguro, un cinema fatto di idee e non di film che vanno fatti perché si guadagna sulla produzione e non sul botteghino. Questo è il vero problema del cinema italiano, il guadagnare sulla produzione e non sull’incasso delle sale.

Quindi sei fiducioso per il futuro e pensi che sia un buon momento per i nuovi autori che vogliono intraprendere questo mestiere? Noi di Why So Serial, ad esempio, siamo scrittori che vogliono lavorare per il cinema e la tv.

Assolutamente sì. Una grande responsabilità ora ce l’hanno le scuole di cinema, che devono formare i propri studenti come sceneggiatori e/o registi, rendendoli capace di raccontare storie. Non far loro credere che siano autori o poeti. Questo è un mestiere; devono formare dei professionisti. Inoltre, deve esserci rispetto per il pubblico perché va sempre ricordato che ci devono essere persone disposte a prendere la macchina, mettersi nel traffico e andare al cinema per vedere qualcosa scritto da noi. Quindi serve formare dei professionisti che entrano nel mondo del lavoro, non dei poeti che poi rimangono disoccupati fino a 50 anni.

Comunque una persona può anche lavorare per storie di altri e nel frattempo seguire ciò che le piace. Questo è un lavoro e ci si mette al servizio di ciò che viene richiesto, se serve uno sceneggiatore per una serie crime, si scrive il crime, non la propria storia.

Un consiglio per chi vuole scrivere un film?

Scriverlo e farlo. Senza escludersi anche lavori al servizio di registi e produzioni, perché questo è un lavoro che più lo fai e più lo impari perché ti confronti con problemi reali. In America, dicono che hai una buona sceneggiatura quando, accumulando tutto ciò che hai scritto, formi una pila di fogli d’un metro e mezzo d’altezza. Scrivere e riscrivere, scrivere è riscrivere.

Cosa stai scrivendo adesso?

Adesso sto lavorando sul nuovo film di Carlo Verdone; poi al nuovo film di Gabriele Mainetti. Ho da poco finito il film di Luca Miniero che girerà a maggio; ero inoltre nel gruppo di scrittura di Suburra, che stanno girando adesso, di Massimilano Bruno.

Puoi dirci qualcosa su “Suburra” (la prima serie italiana prodotta da Netflix)?

Purtroppo no, abbiamo firmato un accordo di segretezza. Posso dirti che saranno una decina di puntate da 50 minuti e che tra i registi c’è Michele Placido, regista di Romanzo Criminale (che ha aperto la strada a molti di noi, ridando vita al film di genere che sembrava finito).

Per concludere, puoi dirci il tuo film preferito italiano e il tuo preferito straniero?

Una domanda quasi impossibile. Come film italiano direi C’era una volta in America, che ho visto cento volte con mio padre; poi sono molto legato a Leonardo Benvenuti (uno degli sceneggiatori del film), dato che era il mio maestro. Come film straniero direi Taxi Driver.

Sono il direttore del sito e mi occupo anche del profilo Facebook di WSS?. Quando Mr. Z me lo concede posso uscire dalla mia stanzetta, ma è molto raro.