Lady Bird: quando “diverso” non è sempre sinonimo di “migliore”

Article by · 4 marzo 2018 ·

Lady Bird non vuole crescere…

Lady Bird è un film scritto e diretto da Greta Gerwig ed interpretato da Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, e Timothée Chalamet, l’oramai famosissimo Elio di Call me by your name.

Questa sera sarà in lizza per quattro Oscar: miglior film, miglior attrice a Saoirse Ronan, miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf, migliore sceneggiatura originale e miglior regista a Greta Gerwig.

Siamo nel 2002 e Christine McPherson, detta Lady Bird, frequenta l’ultimo anno di un istituto cattolico a Sacramento.
Lady Bird è una ragazza stramba con una sola amica, Julie (Beanie Feldstein), emarginata quanto lei.
A un corso di recitazione conosce Danny O’Neill (Lucas Hedges), con cui inizia una relazione. Relazione che però finisce quando lo trova a baciare un altro ragazzo.
Come se non bastasse, il rapporto con la famiglia si incrina perché lei vuole frequentare un college lontano da casa, ma i suoi genitori non possono permetterselo.
Per volere della madre inizia a lavorare in una caffetteria, dove incontra il musicista Kyle Scheible (Timothée Chalamet). Nel frattempo scopre che il padre ha perso il lavoro e che sta combattendo contro la depressione.

Inaspettatamente Lady Bird viene accettata in un’università di New York, scatenando l’ira della madre che l’accompagna in aeroporto senza rivolgerle quasi la parola.
Durante una festa Lady Bird decide di farsi chiamare di nuovo Christine, ma beve troppo e finisce in ospedale.
Dopo essere stata dimessa va a messa e poi chiama sua madre per scusarsi di tutto ciò che ha fatto.

…o forse sì?

Lady Bird è un film eccentrico e a tratti criptico, che lascia allo spettatore la possibilità di dare una propria interpretazione a ciò che sta vedendo.
Si tratta di un semplice romanzo di formazione? O è forse un messaggio a tutte quelle persone che, inseguendo i propri obiettivi, finiscono per trascurare gli affetti?

Più che del successo, però, Lady Bird sembra essere alla disperata ricerca di un’identità.
Prima costruisce quella della ragazzina emarginata che riserva a tutti risposte salaci, quella che rifiuta persino il nome di battesimo per allontanarsi da una famiglia la cui colpa è solo di essere convenzionale.
In seguito riscopre quella di Christine, una giovane donna che si sta lasciando l’adolescenza alle spalle per entrare nel mondo degli adulti.
E, incredibilmente, scopre che essere matura le si addice molto di più.

È un film da Academy? Assolutamente.

Lady Bird è ricco di argomenti che ben si sposano con la politica degli Oscar: impegnato e con degli accenni di trasgressione che hanno il preciso intento di scandalizzare.
È anche un buon ritratto in cui ci si può identificare, tutti i “e se…?” che da adulti ci perseguitano.

Dovrebbe vincere qualche statuetta? No.
Il problema sta nel senso di insoddisfazione che accompagna lo spettatore per tutta la durata del film: è come se a ogni scena mancasse un piccolo dettaglio, una parola, qualcosa che la completi.
La scena finale va a chiudere il cerchio ma lo fa in maniera scarna e sbrigativa.

È solo l’ennesimo caso in cui la scrittura avrebbe dovuto essere più curata, così da far emergere al meglio il messaggio.

La mia vita è un pendolo che oscilla tra le serie crime e i period drama.
Va bene tutto, purché sia British.
Mr. Z sta cercando di combattere la mia ossessione per Daniel Sharman, ma per il momento non ci è riuscito.