Summer: il rock ai tempi di Leningrado

Article by · 21 Nov 2018 ·

Summer o Leto (Лето, il titolo originale)  è il frutto degli ultimi sforzi del regista e co-sceneggiatore russo Kirill SerebrennikovSebbene il governo russo abbia più volte tentato di ostacolarlo, Summer non solo ha visto la luce, ma ha vinto il Cannes Soundtrack Award ed è in gara per la Palma d’Oro.

La voglia di evadere e i modelli occidentali

Leningrado, primi anni ’80. Mike Naumenko (Roman Bilyk) è il cantante dei Zoopark, una band rock di successo (per quanto si possa considerare davvero “di successo” qualcuno conosciuto solo all’interno dei confini nazionali); oltre ad essere una zvezda rok-n-rolla (una stella del rock’n’roll), vive con l’affascinante moglie Natasha (Irina Starshenbaum) e il figlioletto in un appartamento pieno di vinili. La vita della coppia (e della scena underground russa) subisce uno scossone quando Mike viene avvicinato dal giovane Viktor Tsoi (Teo Yoo), grande ammiratore della musica di Mike – e facente parte di una band lui stesso.

Il talento di Viktor colpisce in modo pressoché immediato Mike, che lo prende sotto la sua ala e comincia a dargli consigli su come rendere la sua musica più matura e pronta al grande pubblico dei rok-klubs di Leningrado.
Essendo entrambi musicisti rock, subiscono il fascino e l’influenza delle grandi icone della musica occidentale: dai classici come i Beatles, Bob Dylan, i Velvet Underground, David Bowie e i Doors, fino al punk e ai maestri della new wave come i Sex Pistols, i Clash e i Blondie. Non sappiamo quale genere di musica voi preferiate, ma solo sentirne i nomi ci ha fatti scivolare in una sorta di trance ipnotica.
Tutto ciò che vogliono fare è fare musica; suonano, vanno a feste, flirtano e solo silenziosamente sfidano il governo, in questo ordine. La politica e le ideologie sembrano solo preoccupazioni di contorno.

Show, don’t tell

Una delle principali caratteristiche del film di Serebrennikov è proprio quella di non fermarsi a spiegare nulla. Perché Natasha è fermata da alcuni tizi-che-potrebbero-essere-maschere al concerto di Mike, quando tenta di sollevare un cartellone (privo di ogni tipo di messaggio politico)? Perché la band di Viktor deve superare un provino per poter suonare al rok-klub di Leningrado? Chi è quella donna che legge e censura i loro testi? Perché il pubblico applaude quasi in sincro?
Il regista non si mette a spiegare la situazione politica e sociale della Russia degli anni ’80 in monologhi o dialoghi fuori luogo (a chi avrebbero mai potuto spiegare perché facevano quel che facevano? Ad un alieno appena atterrato?), ma si limita a mostrare come si poteva vivere negli angusti appartamenti sempre affollati quando si voleva vivere di musica.

Per lo stesso motivo, il regista e co-sceneggiatore si avvale di uno strumento che riesce a far trasparire il desiderio di “normalità” dei protagonisti, di una musica internazionale e capace di unire uomini diversi sotto lo stesso tetto. Questo è rappresentato dalle scene di intermezzi musicali – quasi volesse creare dei videoclip –, presenti per tutto il film. Il primo di questi ci viene mostrato mentre alcuni dei ragazzi del gruppo si trovano a cantare all’interno di un vagone tra altri passeggeri. Quando, dopo essere stati ripresi da un veterano furibondo che inneggiava alla “musica del nemico”, uno di loro si prende un pugno da un controllore/addetto alla sicurezza, questo è preso come spunto per una versione immaginaria di Psycho Killer dei Talking Heads. Questa sarà solo la prima di diverse bizzarre allucinazioni che in realtà “non-sono-mai-accadute”.

In conclusione

Summer è un film a tratti meraviglioso a tratti lento (come è abbastanza comune che sia, date le due ore e 6 minuti) sulla lenta rivoluzione che ha portato i giovani russi a riappropriarsi, almeno in parte, della libertà di ascoltare chiunque volessero. Il vento di ribellione che traspare dalla visione diventa più di una brezza leggera se si pensa che Serebrennikov è ancora agli arresti domiciliari.

Tra mille candidati, Mr. Z ha scelto me come sua editor ufficiale. Non potrei esserne più contenta.