The Shield: rompere gli stereotipi televisivi

Article by · 27 Maggio 2018 ·

Nel 2002 (2004, per l’Italia) la serialità poliziesca fu colpita da un terribile uragano che ne ribaltò completamente le premesse: l’uragano si chiamava The Shield e le premesse erano che i poliziotti protagonisti fossero sempre buoni.

Qualcuno doveva dirlo, prima o poi

The Shield segue le vicende di Vic Mackey e del suo team, una task force impegnata nella lotta alle bande di strada in un distretto degradato e violento. E dal primo momento in cui vediamo la squadra in azione, ci rendiamo conto di una cosa: questi sbirri sono peggio di quelli che combattono. Sono corrotti, maneschi, razzisti, psicotici, drogati.

Il pilota comincia quindi con l’arrivo di un cavaliere, un nuovo Donnie Brasco, uno sbirro buono pronto a combattere lo schema criminale di Vic. Questo nuovo sbirro è Ted Crowley, nuovo membro del gruppo di Vic, mandato a sgominare la banda dal capitano Hacenda, nuovo capitano del distretto.

Il bene contro il male: Capitol– Ah, no.

Ed ecco che dopo un’intera puntata passata stretti in poltrona, a chiederci come saranno le prossime puntate, come sarà tutta la stagione di lotta tra il buon Ted e il perfido Vic, ecco che scopriamo la dura realtà: quella serie non ci sarà. Spiacenti.

Ted muore in una sparatoria, ucciso dallo stesso Vic, che quindi si rivela protagonista assoluto della serie. Tutto il resto sarà incentrato sulla squadra intenta a coprire questo crimine (e un centinaio di altri) mentre continuano a cospirare con i capi del crimine organizzato per mantenere un equilibrio sicuro, ma soprattutto proficuo.

Quindi: una serie con poliziotti corrotti, maneschi, razzisti, psicotici, drogati e protagonisti.

Lo sbirro buono non c’e’: e ora?

La rivoluzione di The Shield fu un vero e proprio ribaltamento della prospettiva in cui i polizieschi venivano inseriti. Gli sbirri corrotti esistevano, ma erano disprezzati, erano i nemici giurati di tutti. Anche gli sbirri cattivi, ma fondamentalmente erano sbirri buoni con qualche fascinazione autoritaria e qualche turba mentale di troppo.

Lo show di Shawn Ryan mostra un mondo marcio, che non combatte la corruzione ma che è costretto a usarla come mezzo di sopravvivenza. Un mondo urbano dove la legge è un’arma a doppio taglio: da un lato un’arma per mantenere l’ordine, dall’altro una maschera per il lato peggiore dei suoi difensori. E le storie di questo mondo sono state il motore per un rinnovo del genere poliziesco, sdoganando la malvagità dei protagonisti.

Il mondo dopo The Shield

L’epoca degli antieroi che sta spopolando sui nostri schermi non sarebbe certamente stata la stessa senza The Shield, uno dei pilastri della rivoluzione seriale che avvenne nei primi anni 2000. Una rivelazione che vide tra le sue file titoli come I Soprano o The Wire.

Ma a differenza dei Soprano, che aveva come protagonisti dei veri e propri criminali, o di The Wire, che raccontava le vicende di poliziotti e criminali sullo stesso piano narrativo, The Shield creò un protagonista che ruppe tutti gli stereotipi televisivi, attingendo a piene mani dalla letteratura pulp e dal cinema hard-boiled: lo sbirro criminale, corrotto e corruttore, leone di una giungla di asfalto dove non c’è speranza di redenzione.


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