Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Lei contro la città

Article by · 12 gennaio 2018 ·

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, tocca un tema molto sentito ma attuale, senza scadere in banali pietismi.

Mildred (Frances McDormand), è una divorziata di mezza età con due figli – o meglio, un figlio e mezzo. La figlia maggiore, infatti, è stata barbaramente uccisa e nessuno ha voluto far luce sulla cosa.

Senza nessuno dalla sua parte e con solo tre cartelloni pubblicitari, Mildred si ritroverà a scatenare un intero paesino contro sé stesso, vittima di razzismo e ignoranza.

È un film curioso, con una narrazione fluida (e a tratti surreale) che strappa qualche risata e fa riflettere.

I personaggi, al limite del “villico”, sono persone di paese, troppo comuni o troppo impegnate nei loro affari perché qualcosa sul caso venga a galla.

Lo stesso sceriffo, Bill Willoughby (Woody Harrelson), oscilla tra il serio e il faceto; troppo impegnato a ignorare l’assassino ma, allo stesso tempo, consumato da questo perché lui stesso padre di due figlie.

La prova attoriale che dà la McDormand è brillante come non si vedeva da molto, forse da This Must Be The Place.
Sola, con un figlio a carico e un marito che esce con le liceali, Mildred è davvero la paladina che quella città non merita, troppo impegnata a picchiare i nani che ci vivono (tipo Peter Dinklage, che ha una parte e si ritrova a uscire con lei), o a minacciare piccoli imprenditori che vogliono fare il loro lavoro.

L’omertà e lo scendere a patti: a volte non funziona.

Il gesto scatenante di Mildred è talmente potente che risuona in due ore di narrazione, tenendo il pubblico incollato alla sedia.

Da un lato, il pubblico si aspetta che magari trovino davvero l’assassino, dall’altro si vorrebbe solo la pace di Mildred e del figlio Robbie (Lucas Hedges).

Se in altro film storico della McDormand, Fargo, si tifava per lei perché non solo era l’unica donna ma anche quasi mamma, qui tutti i nostri occhi sono unicamente per lei. Gli uomini che fanno da corollario alla storia servono a poco (tolto qualche punto focale) ed è tutto in funzione di lei e della sua lotta.

L’analisi che la donna fa di sé stessa e del suo essere madre è profonda, tant’è che alla fine ci si sorprende.

A conti fatti, Mildred è il suo deus ex machina: fa partire la storia e la ferma, decide cosa e come fare e che comanda gli altri. E gli altri, impregnati di violenza fino al midollo, sembrano ancora più tristi e beceri di fianco a lei.

Il marito abusivo (accompagnato dalla sua fidanzatina poco più grande del figlio) è ridicolo, come il suo perseguitare una donna che dice di odiare.

Se si è detto che Suburbicon non era un prodotto riuscito perché era un film dei Coen senza la regia, questo è film dei Coen senza i Coen. La cittadina, i personaggi, le loro azioni inspiegabili: tutto è mosso da un banale cartellone pubblicitario che quasi fa saltare in aria l’intera città.

Una città che fa solo finta di preoccuparsi dei cittadini, tant’è che chiama i neri “persone di colore”, ma che non indaga su un omicidio.

È un film che ha raccolto tanti e ancora raccoglie premi – da Venezia a Toronto – e forse ci sarà qualcosa anche da questi nuovi Oscar.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è uno dei primi film del nuovo anno che va visto, rivisto e apprezzato sotto molti aspetti. Non importa con chi o come, l’importante è prendersi due ore per apprezzare la  performance di Frances McDormand al massimo.

 

Se volete leggere un’altra recensione vi lasciamo quella dei nostri amici di redcapes.it

[Recensione] Tre Manifesti a Ebbing, Missouri – Umanità e vendetta

Ho poca pazienza e leggo troppi libri; sono fedele solo a Mr. Z.
La mia rubrica “I Dis-adattati!” è nata per guidare tutti coloro che vogliono vedere serie tv tratte dai libri senza brutte sorprese.