3%: L’Offshore e un nuovo processo

Article by · 2 Maggio 2018 ·

3%, la serie brasiliana di Pedro Aguilera, è tornata su Netflix dal 27 Aprile con una seconda stagione che, rispetto alla prima, passa da 8 a 10 puntate, tutte disponibili sulla piattaforma streaming.

(per chi è interessato ad approfondire ulteriormente la serie, la rubrica System and Society ne ha trattato in questo articolo!)

Il mondo di 3%

Torniamo nel mondo di 3%, tra infinite baraccopoli, il palazzo bianco del Processo e l’isole felice dell’Offshore. Il mondo prosegue esattamente come prima: le persone vivono nelle grandi baraccopoli finché non si sottopongono al Processo e, se lo superano, potranno accedere all’Offshore.

Apparentemente il sistema “funziona”, nel senso che non è corrotto: non ci sono persone che passano se non per il merito di aver superato tutte le prove. Ma non tutti prendono bene il fatto di essere “inferiori” o “meno degni” solo per non essere riusciti a creare nove cubi prima degli altri. Così la Causa lotta per liberare l’umanità da una tale ingiustizia e per eliminare le disuguaglianze che il Processo crea tra gli esseri umani.

E finalmente, proprio all’inizio della seconda stagione vediamo l’Offshore: un’isola paradisiaca dove la gente vivere “per stare bene”. Quindi, esiste davvero!

Ritroviamo i nostri quattro personaggi principali, ciascuno in posti diversi: Michele (Bianca Comparato) e Rafael (Rodolfo Valente) nell’Offshore, Joana (Vaneza Oliveira) e Fernando (Michel Gomes) nelle baraccopoli. Tutti sono molto cambiati da quando, un anno prima, hanno partecipato al processo. Ciascuno di loro è diventato esperto nel muoversi in quel mondo pericoloso, tra la Causa e il Processo, e molto determinato a portare a termine i propri obiettivi.

L’unica pecca dei personaggi è, forse, come già nella prima stagione, che la loro psicologia non sia troppo approfondita. O, comunque, approfondita in modo un po’ prevedibile.

Non è comunque qualcosa di cui si senta particolare esigenza, visti i numerosi elementi di trama che costantemente si intrecciano. Possiamo dire che i personaggi, nella loro semplicità (ma, ci teniamo a precisare, pulita ed efficace), sono adatti alla storia che viene raccontata.

Gli elementi simbolici e la polarizzazione della ricchezza

La storia e, in generale, l’ambientazione distopica sono infatti i punti di forza di 3%. Con pochi elementi (parte povera, processo, parte ricca) la serie riesce a creare un modello di racconto che, per quanto a tratti didascalico, trae forza dall’autenticità simbolica di essi: la rappresentazione di ricchezza e povertà è efficace, e la descrizione dei poveri e dei ricchi rispecchia il vero problema di questa polarizzazione, ovvero come la ricchezza o la sua assenza cambi il modo il modo di pensare di vedere il mondo.

Banalmente, la gente povera che deve affrontare il processo, trae forza dalla religione della coppia fondatrice, perché non ha nient’altro a cui aggrapparsi. Quando le persone raggiungono l’Offshore, invece, hanno tutto. E da quel momento non ha quasi più bisogno di credere in quel mito.

La seconda stagione parte un po’ lenta e frammentata, ma solo per dare il tempo allo spettatore di riconnettersi ai personaggi con tutta tranquillità. Se quindi dopo il primo episodio vi siete un po’ annoiati, non rinunciate: già dal secondo ritroviamo una buona fluidità narrativa, tra l’organizzazione di un nuovo processo e la Causa che fa le sue mosse.

Il focus della storia si trasla, passando dal processo vero e proprio, a tutto ciò che vi sta intorno: la sua organizzazione, la gestione della Causa, le lotte interne. Nonostante questi siano elementi che già erano presenti nella prima stagione, qui li vediamo sempre più da vicino e insieme ai nostri quattro protagonisti. Ed ha anche senso che si vada sempre più in questa direzione perché è da questi elementi “esterni” al Processo che si può far partire un cambiamento sociale.

Una seconda stagione “degna”?

Com’è, quindi, la seconda stagione di 3%? Superato il pilota, la serie scorre bene. Vecchi personaggi, nuove situazioni, buona tensione. E un mistero in più.

Infatti, nonostante si veda il vero e proprio Offshore, c’è ancora da svelare il mito della “coppia” fondatrice. Chi erano davvero i capostipite del processo? Quali erano i loro veri obiettivi? Il mondo è diventato come lo desideravano?

È questo mistero che speriamo venga trattato verso la fine di questa stagione, che ci diano più informazioni. È questo il punto dove la serie si potrebbe giocare la sua originalità.

Seconda stagione assolutamente al livello della prima, e magari, andando avanti, vedremo anche ulteriori miglioramenti.


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