American Pastoral: I Dis-adattati

Article by · 16 Marzo 2017 ·

I Dis-adattati, una rubrica d’informazione sugli adattamenti dai libri di cui (non) si sentiva il bisogno.Membro del team “Ma era meglio il libro!”, si snocciolano a tempo perso le motivazioni per cui una serie/film è riuscita o meno, senza offendere (troppo nessuno).

 

#2

Pastorale Americana – Philip Roth/Ewan McGregor

 

Pastorale Americana fa parte della “saga di Zuckenberg”, personaggio di punta di Philip Roth, fa le veci dell’autore nei vari romanzi che si sono susseguiti durante gli anni della sua carriera; limitandosi, in questo caso, a fare da narratore della storia.


Lev Levov o “Lo Svedese” sembra un uomo apparentemente felice: ha una moglie bellissima di nome Dawn che manda avanti una fattoria, una figlia ancora più bella e lui dirige una fabbrica di guanti, trattando, negli anni ‘60, lavoratori bianchi e neri allo stesso modo. La ribellione della figlia Meredith, timida e balbuziente, porterà la famiglia sull’orlo della rottura, causando la messa in discussione di tutti i personaggi e delle loro vite.

Uscito come “uno degli adattamenti più attesi della stagione filmica del 2016”, Pastorale Americana è un tiepido tentativo andato a buon fine per l’inizio alla regia di Ewan McGregor. Sebbene la critica sia ancora divisa sulla resa del film, c’è da sottolineare quanto McGregor sia riuscito comunque a rendere bene la trama e le dinamiche principali tra i personaggi.

Il padre, Lev, tolta la macabra sfumatura che Roth gli aveva dato,  rendendolo vagamente morboso nel suo rapporto con l’unica figlia, diventa un padre amorevole che si strugge per tutto il film della sorte di lei, fuggiasca dopo un attentato da lei ideato.

Anche i personaggi chiave del film, come la moglie e la psichiatra – sebbene privati del narratore onnisciente che ci guida nel romanzo – sono sfumati quanto basta per rendere la critica che Roth fa nei confronti dell’America protestante e borghese che ha sempre imperversato negli USA e che si è spesso imposta come unica voce portante della vita americana, ignorando in toto i problemi delle persone di colore o di altre etnie che vivono in America.

Incentrando tutta la dinamica su Lev e sul suo rapporto con Meredith, ci troviamo davanti a un padre che, a scapito del definito ruolo sociale e delle sue credenze, si trova costretto a uscire dalla sua comfort zone per inseguire la ragazza e non ritrovarla mai come la voleva, lasciando lo spettatore distrutto dalla scoperta che avviene poco prima della fine del film.

 

 

Una menzione speciale va a Dakota Fanning che, anche con poche battute, è diventata “l’elemento mancante” che dava al libro l’elemento struggente fondamentale per la vicenda.

Meredith, ancora non uscita evidentemente dal complesso di Elettra, cerca continuamente di attirare le attenzioni paterne e di conquistarne la fiducia, arrivando a scappare con un gruppo di terroristi che vuole lottare contro ciò che sta attraversando l’America con la guerra del Vietnam.

La moglie, da angelo del focolare che Lev si aspettava che fosse, è in realtà una “casalinga disperata”, annoiata dalla vita di campagna che il marito le ha imposto e di tutte le vacche e i tori che alleva per ammazzare il tempo, istruendo la loro unica figlia sulla monta degli animali, i pascoli e il parto dei vitelli.

È con la sparizione della figlia che Dawn si rivela per ciò che è, ovvero una donna che ha sposato il riflesso di Lev e che, proprio nel loro momento del bisogno, se ne va e lo lascia solo a cercare la ragazza, dicendogli che ormai è inutile cercare una bambina che esiste solo nei loro ricordi.

 

Una nota di merito per McGregor è da dare alla psichiatra che segue Meredith per la balbuzie, e che – con poche battute rispetto al libro – viene rappresentata come una donna spregevole che preferisce quasi sacrificare la pace della famiglia Levov per il suo ego da comunista rivoluzionaria, permettendo a Meredith una via di fuga durante gli scontri che seguirono l’attentato.

Un altro aspetto degno di nota è come McGregor ha impostato la regia, prendendo ad esempio Danny Boyle (Trainspotting) e mettendo in pratica tutto quello che ha imparato negli ultimi anni di recitazione, partendo proprio dal maestro-regista che l’ha scoperto e lanciato sul grande schermo.

Una frase molto famosa usata per le traduzioni “Una traduzione è come una donna: bella ma infedele e brutta ma fedelissima”, qui pare quasi calzare alla perfezione per questo adattamento: per quanto McGregor si sia sforzato e il messaggio finale arrivi (uno dei molti di Roth), si sente molto l’ingenuità registica e l’approccio che gli ha dato, restituendoci però un film godibile e ben confezionato a livello di fotografia.

 

 

 

7.5

Il primo adattamento non si scorda mai, nel bene o nel male


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La chiave di lettura scelto da McGregor per la storia
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La resa di alcuni personaggi

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