American Vandal: System and Society

Article by · 17 Ottobre 2017 ·

«My name is Dylan Maxwell and I am.. I mean I don’t know dude. I am just Dylan. What do you mean “Who am I?” That’s a stupid question.»

American Vandal è uno dei più recenti prodotti targati Netflix e noi di Whysoserial abbiamo già trattato la serie in un articolo precedente che potete trovare qui.

In questa rubrica vedremo un po’ più in dettaglio gli aspetti sociali e relazionali che la serie offre.

SYSTEM

La storia è un mockumentary e viene raccontata tutta dal punto di vista delle indagini di Peter Maldonaldo (Tyler Alvarez), il cui obiettivo è la ricerca della verità. Ma, ben presto, ci si rende conto di quanto le informazioni siano di difficile gestione. Tantissime testimonianze diverse e dati incompleti rendono impossibile determinare chi abbia disegnato i 27 piselli sulle automobili. Alla fine Peter sembra suggerirci che potrebbe essere stata Christa (G Hannelius), ma le prove sono sempre circostanziali.

La portata di questo atto vandalico diventa enorme grazie ad una rapida diffusione del documentario di Peter sul caso Maxwell, che, dal solo contesto scolastico e cittadino, raggiunge tutti gli Stati Uniti. Questo articola le cose sempre più, portando lo stesso Peter a farsi condizionare da alcune teorie dei fan del documentario.

Nel suo viaggio alla ricerca della verità, Peter si rende conto (e la storia lo palesa) di come ciò che è accaduto non sia in realtà molto importante. Tutto quello che conta è ciò che essa rappresenta: Dylan (Jimmy Tatro), una volta dimostrata la sua innocenza, vandalizza la casa della Shapiro perché, in un qualche modo, lui sente che il suo posto e la sua identità risiedono, in assenza di alternative, nel disegnare peni, nel fare scherzi, nel vandalizzare, nell’essere un cazzone. In poche parole, nell’essere colui che gli altri credono che sia.

Sul perché è stupido chiedersi chi si è

Non possiamo sapere chi siamo. E questo perché questo potere è in mano agli altri, non a noi stessi.

Sfortunatamente, però, parte della nostra identità si basa sul riconoscimento degli altri e su come da essi siamo visti e pensati. Tutta la serie ci presenta i vari personaggi su come appaiono ai nostri occhi, davanti alla telecamera. Alla fine non sapremo più di chi fidarci perché tutti i personaggi mentono, omettono informazioni e hanno qualcosa da nascondere. Neanche i personaggi più oggettivi (o così ci sembra) come Sam (Griffin Gluck) e Peter riescono a liberarsi dalla grande lente dell’apparenza. Ad esempio, quando studiano la lista dei sospettati, Ming viene di fatto scartato perché «it’s Ming» (nonostante fosse uno dei pochi senza alibi). Sam non riesce a giudicare il proprio amico oggettivamente. Quando Peter fa un tentativo onesto per essere oggettivo sul proprio amico, Sam ottiene una reazione molto respingente.

Quale sia il sistema, che sia quello scolastico o quello relazione, i rapporti tra i suoi elementi sono colmi di menzogne e ciascuno gioca per se stesso e le sue vittime più evidenti (come Dylan alla fine), nonostante siano consapevoli che sia una menzogna, accettano la verità per essere nell’orbita dell’esistenza di questo sistema. Anche se, come in ogni sistema che si autoalimenta, le vittime finiscono per diventare tutti i giocatori: nessuno, infatti, se vuole continuare a giocare, può rinunciare a seguire il regolamento. E più che menzogna è utile parlare di informazioni manipolate, più o meno volontariamente.

SOCIETY

Come si manifesta questo sistema sulla società, ovvero  sui personaggi della serie?

Possiamo dire che nessuno è esente da questo mondo di informazioni manipolate. Prendiamo di nuovo ad esempio Ming: per come veniva descritto, non sembrava il tipo di ragazzo che poi sarebbe finito ad ubriacarsi alle feste e quasi a morire per la sua idiozia. Eppure, così è successo. Ora, siamo noi che sbagliamo ad aver pensato che Ming non fosse quel tipo di ragazzo, o è lui che, in un qualche modo, cercava di uscire dal proprio personaggio?

Non è per forza detto che le informazioni debbano rimanere ambigue: se le persone cercassero onestamente la verità, si potrebbe riuscire a capire come sono realmente le cose (più o meno). Il punto è che alla gente non interessa. Lo stesso Peter è interessato alla verità, ma non alla sua ricerca onesta. Infatti, include nel suo documentario tutta una serie di informazioni che, seppur vere, non sono essenziali al fulcro della vicenda, le quali però hanno complicato le vite di alcune persone. Perché allora un personaggio meticoloso come Peter non ha omesso queste informazioni?

Gli studenti vogliono proteggere la propria reputazione o il proprio futuro, mentre gli insegnanti la loro influenza e la loro posizione. Tutti hanno qualcosa di diverso da difendere, ma in ultima analisi quello che stanno difendendo è l’immagine che il mondo ha di loro. E la cosa più tragica è che non importa ciò che fai o ciò che non fai, ma quell’immagine ormai ti si è appiccicata addosso e non puoi più scrollartela.

La serie non propone alcuna soluzione positiva a questo esito drammatico di una società che controlla la tua identità: siamo, in pratica, condannati ad essere influenzati e plasmati dal giudizio degli altri. L’unica arma che abbiamo è, quindi, il deterrente del nostro giudizio nei confronti degli altri, sperando che il loro sia abbastanza clemente da permetterci una vita decente. 

 


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