Ghost in the Shell: un fim riuscito a metà

Article by · 10 Aprile 2017 ·

Ghost in the Shell è un film del 2017, tratto dall’omonimo anime del lontano 1995. La storia racconta del Maggiore Mira Killian, un cyborg a capo della sezione di Sicurezza Pubblica numero 9, un’organizzazione antiterrorismo cibernetico gestita dalla Hanka Robotics. Mira, inoltre, è la prima cyborg ad avere la mente umana e il resto del corpo robotico. Non c’è nessuno come lei, è unica: il prossimo passo “dell’evoluzione” umana.

Mira deve indagare su vari omicidi commessi da un cyborg molto simile a lei. Il fulcro della storia però non è l’indagine, ma ciò che c’è dietro: il mondo del futuro e la distinzione tra uomo e macchina, tra coscienza e robotica, tra ghost e shell. Tutto gira intorno alla psicologia e i problemi della protagonista. L’indagine ci permette di conoscerla meglio e permette a lei stessa di conoscere il proprio passato, che fino ad allora ignorava.

Il caso su cui deve indagare è in realtà abbastanza bruttino, non è un’indagine memorabile eseguita per catturare una super mente criminale.

Quello che davvero colpisce è la componente visiva, i colori del film, la bellezza dei cyborg e gli effetti speciali. I robot geisha sembrano realmente fatti in ceramica e ogni tanto, in alcune inquadrature, anche il viso di Scarlett Johansson pare fatto di plastica.  C’è anche una scena in cui le staccano una parte di pelle del viso, mettendo a nudo il teschio metallico: è davvero impressionante e non perché faccia schifo (dato che, in tutto il film, non c’è sangue).

Gli effetti speciali, poi, sono una vera gioia per gli occhi: il vetro che viene rotto da Mira all’inizio (e mostrato in slow motion) è spettacolare.
Altro esempio sono i glitch di Mira (legati ai ricordi sbiaditi della sua vita precedente) che vede davanti a sé in un piccolo tempio giapponese che va in fiamme. L’effetto, con cui li inseriscono e tolgono dalla realtà che tutti vedono, è magnifico, proprio come se fosse un glitch (errore) tipico dei videogiochi. Molto bello, ancora, l’effetto con cui appare e scompare un ologramma: non va e viene come un’unica ombra, ma è composto da piccolissimi pixel (simili a granelli di sabbia) che vanno a comporsi per formare una silhouette.

La regia propone alcuni momenti davvero interessanti, a partire dalle semplice transizioni: l’inquadratura di due palazzi, che, dal basso verso l’alto, formano una cornice nel cielo, è notevole. Importante, anzi, essenziale che si potesse notare che, sulla facciata del palazzo, tutti i balconi fossero uguali. In tutte le transizioni, infatti, si possono vedere oggetti numerosi e identici tra loro, come se fossero numerosi gusci.
Altra grande scelta di regia è una scena di lotta tra Mira e due uomini armati di bastone elettrificato: questa si svolge in un cunicolo buio e viene illuminata solo quando l’elettricità viene scaturita dalle armi.

Ci sono anche alcuni luoghi che aiutano l’estetica del film. L’arena di Ghost in the Shell presenta luoghi suggestivi: ad esempio, una stanza buia con le pareti ricoperte da cavi simili a radici, come se la tecnologia fosse il nuovo tipo di natura.

Scavalchiamo l’estetica e arriviamo a ciò che più fa fatica a catturare in questo film, ovvero… la trama. Come ho già detto, il caso non era appassionante e il colpo di scena finale non può essere detto propriamente colpo di scena.  In più, ci sono alcuni dialoghi scritti da bambini. Non c’è sangue, come avevo anticipato: ciò è dovuto al fatto che hanno voluto produrre un film estremamente pop e alla portata di tutti, anche di un pubblico molto giovane. E infatti, i dialoghi ne risentono: per essere alla portata di tutti, –ma proprio tutti– spesso i personaggi ripetono i concetti fino alla nausea. Inoltre, il numero di volte in cui vengono pronunciate le parole ghost e shell è esagerato. Da aggiungere come la continua ripetizipne del concetto di umanità più è più volte, abbia un effetto controproducente.   Ogni film, ogni storia ha una tematica profonda attorno al quale gira; in ogni scena sono gli scrittori e i registi che devono essere bravi a declinarla sotto diversi punti di vista. Qui, spesso preferiscono farlo dire dai personaggi, rendendolo pesante e monotono. Non mostrano i concetti, li enunciano, depotenziandoli.

Insomma, è un film che va visto al cinema solo per la grandezza dello schermo e la qualità dell’audio, che difficilmente sono simili a casa propria. Non aspettatevi troppa filosofia alla Matrix, perché, purtroppo, quella sembra assente.


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