La morte in Game of Thrones (spoiler!)

Article by · 12 Giugno 2019 ·

Game of Thrones è giunto al termine, in un fulmineo intreccio tra ghiaccio, fuoco e cenere. Molti si sono domandati se questo finale sia la degna conclusione di un’avventura che ha accompagnato molti spettatori per così tanto anni di appassionata visione; alcuni (parecchi) non sono stati convinti dalle scelte di D&D (David Benioff e Daniel B. Weiss) e dalle storie dei vari personaggi, le quali non hanno avuto una degna incoronazione.

Tra mille incertezze e altrettante critiche, vorremmo proporre una riflessione sulla morte in GoT e come essa abbia caratterizzato la storia in modo decisivo e nuovo.

Se invece volete un punto di vista più generale sulla fine di Game Of Thrones, cliccate qui.

La morte dei protagonisti

Come è ben noto, la serie è diventata famosa per la facilità con cui i personaggi muoiono, indipendentemente dal loro ruolo nella storia.

Nessuno è speciale: se ci si ritrova in una situazione potenzialmente mortale, è facile morire e non ci sono meccanismi narrativi a difenderti. Soprattutto nel fantasy, un genere dove esiste più che in altri o una predestinazione dei protagonisti o, spesso, una netta divisione tra bene e male (anche se non è questo il caso, almeno per la maggior parte della storia), è molto raro vedere i protagonisti morire quando ancora si è ben lontani dalla conclusione delle vicende.

La caduta dell’immortalità dei protagonisti non rappresenta solo un ribaltamento delle aspettative, ma incarna anche una prospettiva emotiva inedita. Infatti, queste morti inaspettate (almeno inizialmente) creano una piacevole sensazione di sorpresa e sgomento che incanta lo spettatore – piacevole perché, benché i personaggi che muoiono sono tendenzialmente anche i più amati, la loro dipartita è retta da solide basi logiche.

Nel penultimo episodio della prima stagione, fino all’ultimo istante prima della decapitazione di Ned Stark, crediamo che lui non morirà. Non solo lo crediamo, lo sappiamo. Noi sappiamo che il protagonista non morirà. Non solo perché è il protagonista, ma perché è l’unico personaggio che tenta, anche se con goffi risultati, di fare il bene del regno, della propria famiglia e del popolo. Incarna (quasi) tutto ciò che un buon re dovrebbe essere. Non può morire. Anche quando la sua testa è ormai staccata dal corpo, non tutti noi ci crediamo, potrebbe essere un trucco. Succederà qualcosa e lui non sarà morto. Non fraintendete, non stiamo dicendo che non ci accorgiamo che è morto, ce ne accorgiamo eccome. Ciò che però questo comporta avviene poco dopo. La caotica fuga di Arya e la disperazione di Sansa sono lo specchio di cosa ora sta provando lo spettatore. Siamo confusi e un po’ persi, quasi disperati, perché lasciati senza coordinate. E ora? Come facciamo senza il protagonista?

Semplice. Ci guardiamo intorno. Osserviamo gli altri personaggi. La serie è orientata verso una pluralità di punti di vista già dal primissimo episodio e gli Stark, e in particolare Ned, sono l’àncora che tiene lo spettatore agganciato a una determinata prospettiva – ovvero, io, spettatore, sono con gli Stark. Questa certezza è potenziata dalla miriade di personaggi nelle cui storie, spesso già a un punto intermedio del loro sviluppo, veniamo catapultati senza bussola; nei primi episodi abbiamo bisogno di attaccarci agli Stark non solo perché sono i buoni e i meno esperti del mondo (come lo spettatore), ma proprio per la necessità di capirci qualcosa e non perderci del tutto nell’intricata tela che sono i giochi di potere di Westeros.

La morte di Ned trancia la corda dell’àncora e ci costringe a nuotare in acque sporche alla ricerca di una scialuppa di salvataggio. Non siamo completamente soddisfatti di quello che troviamo, e allora stiamo lì, un po’ a galleggiare in attesa. Cosa succede, quindi? Come dicevamo, ci si guarda intorno… oppure no. Alcuni rinunciano alla ricerca di un punto di vista e diventano spettatori distaccati, non affezionandosi più ai personaggi. Altri scelgono, dopo una più o meno attenta selezione, uno o più personaggi a cui si sentono legati. Da qui in poi si entra in ciò che potremmo chiamare la “narrazione emotiva della storia”.

La narrazione emotiva della storia

Le morti della storia producono non solo un’emozione di un certo tipo sul momento (sorpresa alla morte di Ned, tristezza alla morte di Rob, soddisfazione alla morte di Joffrey), ma impostano una direzione emotiva alla trama, ovvero predispongono lo spettatore ad aspettarsi o meno determinate cose. Quando muore Rob, per esempio, siamo senza dubbio più preparati a questa eventualità, per quanto le Nozze Rosse siano state sconcertanti. 

Il fulcro del ragionamento consiste nella consapevolezza che, mentre si guarda Game Of Thrones, per quanto si segua la storia e lo sviluppo dei personaggi, siamo sempre pervasi da questa sensazione di morte imminente che, prima o poi, divora tutto. Nulla è infatti risparmiato dall’ombra dell’inverno in arrivo, nemmeno la cosa che è apparentemente il fondamento di ogni storia: il significato.

La brama di potere e quanto il bramarlo distrugga ogni cosa sono, banalmente, alcune delle riflessioni centrali su cui gravita la storia. Tuttavia è bene sottolineare come la morte, almeno nella rappresentazione che D&D hanno dato della storia di Martin, incarni anch’essa un orizzonte di senso notevole, se non il principale.

Spesso, quando muore un protagonista di una storia, muore per un ragione: sia essa un sacrificio per proteggere le persone che ama, un percorso di dannazione che culmina nella redenzione finale o anche, per esempio, la lotta contro una malattia che trasforma il personaggio e il mondo intorno a sé prima dell’inevitabile dipartita. Insomma, la morte è sempre rappresentata in funziona della vita e del suo gonfiarsi di significato per la vita.

In Game Of Thrones è spesso l’esatto opposto: quando un personaggio muore, tutto ciò che rappresentava viene annientato. Per questo motivo, l’altro aspetto della morte, oltre alla facilità delle dipartite dei personaggi, è rappresentato dalla spietata brutalità che riserva alle sue vittime, aprendo una voragine sempre più ampia nella capacità degli spettatori di far entrare qualche emozione positiva all’interno di questo mondo e plasmando il modo in cui guardiamo la serie. Sospettosi, fin troppo cauti, cinici, freddi e, in qualche modo, preparati al peggio. Per quanto scontato, è la gestione della morte che costruisce l’atmosfera di ruvida autenticità che permea la serie.

Spiragli di luce?

La storia continua, con i vari personaggi che cercano o di prendere il potere o di sopravvivere – poi però succede una cosa: muore Jon Snow, impostando nella narrazione il più grande salto (e anche l’ultimo) di una storia che fa delle morti dei personaggi la sua prospettiva emotiva. Nel momento in cui Jon, nella sesta stagione, viene riportato in vita da Melisandre, questa prospettiva deraglia.

Jon Snow è, insieme a Daenerys, un iperprotagonista: ci sono troppi personaggi centrali nella storia per non definirli protagonisti, ma Jon e Daenerys lo sono un po’ di più. Perché? Per un pizzico di predestinazione. Nella desolata prospettiva creata da un tappeto di macabre morti, c’erano, insieme al vuoto di significato, due piccole flebili speranze: Daenerys, con i suoi draghi e la sua visione di un mondo migliore, e Jon, con un ideale di giustizia ereditato da Ned Stark.

Benché iperprotagonisti, sono pur sempre inseriti in un mondo le cui regole sulla verosimiglianza delle morti impongono una certa cautela anche ai “predestinati” e così è più o meno stato fino alla comprensibile morte di Jon, viste le circostanze in cui si era trovato.

La sua resurrezione, anche se narrativamente possibile (visto che già era stata introdotto Thoros), causa non poche difficoltà alla prospettiva del “tutti possono morire” e ha attivato una narrazione di carattere più classico dell’eroe che deve compiere il suo destino e nemmeno la morte lo può fermare da fantasy classico. La prospettiva di morte che tanto faticosamente Game Of Thrones aveva costruito in diverse stagioni è stata scardinata da questo evento, che implica una sorta di predestinazione, concetto prima assente. In poche parole, Jon torna in vita a interpretare il ruolo dell’eroe classico che salva il mondo (come poi è stato) e questo slittamento è insito nella sua resurrezione. 

Purtroppo la prospettiva è ulteriormente danneggiata dall’ambiguità della predestinazione: non viene mai spiegato il ruolo degli Dèi, le loro intenzioni, né una loro eventuale morale. Questo è rilevante se pensiamo a ciò che Jon Snow ha fatto dopo essere tornato in vita. Nelle molteplici situazioni in cui si è trovato, infatti, avrebbe senz’altro dovuto morire nuovamente, cosa che non è accaduta.  Questa sua continua fuga dalla morte c’entra con il fatto di essere predestinato? Ha un ruolo preciso oppure è una pedina tra le tante per raggiungere svariati obiettivi? E gli Dèi sono superiori alle vicende umane o anche loro partecipano al gioco dei troni?

Queste domande non ottengono risposte soddisfacenti. Una prospettiva del “tutti possono morire” poteva infatti sopravvivere alla resurrezione di Jon se avesse ricevuto una più solida integrazione con le ragioni della sua predestinazione e, eventualmente, capire il limite dei poteri e dell’influenza degli Dèi.

Conclusioni

Per quanto Game Of Thrones ci abbia regalato momenti magici e un’innovativa prospettiva emotiva, non è riuscito a dare consistenza e, soprattutto, profondità, al tema della morte nel momento in cui esso si è intrecciato con il destino. Che Jon sia stato riportato in vita per fermare Daenerys che, a questo punto, dobbiamo supporre fosse il “vero” male da arginare, non è una spiegazione soddisfacente. Nelle ultime stagioni sono state spazzate via molte di quelle zone grigie che hanno a lungo caratterizzato la storia, optando per una polarizzazione molto forte tra bene e male.

Gli ultimi momenti di una storia coincidono spesso anche con ciò che l’autore vuole dire sui temi e i messaggi della propria storia. Premesso che D&D non sono gli autori e che quest’ultimo aspetto è senz’altro il risultato più ostico da decodificare (e da inventare), da spettatori non possiamo comunque esimerci dal considerare ciò che è stato fatto e non ciò che potrebbe essere stato. Vi proponiamo quindi un’ultima riflessione.

Alla fine de Il Signore degli Anelli, l’anello cade nelle fauci del monte Fato in seguito a una colluttazione tra Frodo e Gollum e non direttamente per la volontà di Frodo di sbarazzarsene. Tolkien comunica con questo evento che, benché sia essenziale la determinazione degli uomini nel combattere la corruzione e il male, ci sarà sempre una piccola parte di questa battaglia che verrà affidata al destino, al caso, alle probabilità.  Ed è quindi nostra responsabilità impegnarci, ma con la consapevolezza che non potremmo mai avere tutto completamente sotto controllo.

Che cosa ci dice il finale di Game Of Thrones sui suoi temi? Perché è proprio Drogon a distruggere il trono? E cosa ha comportato, considerando che la figura del re continuerà a esistere? Perché proprio Bran diventa il suo nuovo re? E soprattutto, è stata compromessa una prospettiva tanto ben costruita del “tutti possono morire” solo perché alla fine Jon uccidesse Daenerys? E se anche fosse, cosa rappresenta, cosa ci vuole dire questo evento sulla storia?

Possiamo naturalmente azzardare qualche spiegazione, identificando, per esempio, in Jon Snow l’eroe riluttante che fino alla fine vorrebbe rifiutare il proprio destino e, allo stesso modo, Daenerys che è condannata dal proprio retaggio. Ma, anche se potrebbero essere spiegazioni sensate, non sono appaganti né all’altezza della profondità di prospettiva a cui Game Of Thrones ci ha abituato. Siamo partiti da una storia in cui il destino aveva un ruolo marginale –forse addirittura immaginario – e siamo arrivati a un finale dove l’eroe predestinato salva la situazione.

Questo è quello che dovremmo quindi trarre da Game Of Thrones? Dopo un sentire autentico, benché a volte brutale e annientante, in grado di restituire il sentimento di complessità proprio anche della realtà, dovremmo aspettare che un eroe risolva la situazione?


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