The Leftovers: System and Society

Article by · 2 Maggio 2017 ·

L’incapacità di restare indietro

Veder morire coloro che amiamo è straziante e incredibilmente doloroso. Solo con il tempo riusciamo ad accettare questa inevitabile parte delle nostre vite. Ma non sapere cosa sia successo ai nostri cari, dove siano, se stanno bene, se mai li rivedremo ci impedisce di processarne la perdita e ci ritroviamo persi e confusi, senza sapere cosa fare, privati degli strumenti per affrontare il lutto.

È questo il sistema che The Leftovers propone per parlare della morte, e, questa volta, al contrario – non sono i morti che se ne vanno, ma sono i vivi che sono lasciati indietro.

Il 14 Ottobre 2011 il 2% della popolazione mondiale scompare nel nulla: il racconto di Damon Lindenof (Lost) e Tom Perrotta (autore dell’omonimo libro da cui è tratta la serie) tratta di come le persone e la società reagiscono a questo incomprensibile evento. Quando noi esseri umani ci troviamo di fronte a qualcosa che va molto al di là della nostra comprensione, procediamo spesso per tentativi molto differenti. Tutti, però, con il proposito di trovare pace e sollievo nella scoperta della verità.

Quali sono queste strade? Quali sono le forze in gioco nella narrazione? In cosa cambia il mondo?

1. I colpevoli sopravvissuti: non è ben chiaro il loro obiettivo, né se ci sia uno scopo preciso. Tuttavia, questa setta suscita grande fascino perché riflette il grande senso di vuoto che molte persone percepiscono – il mondo è finito il 1 Ottobre 2011 e sono molti che sentono la necessità di affrontare la cosa. Il mondo, naturalmente, non è finito, ma è senz’altro cambiato radicalmente. Quando non si hanno opzioni migliori, molti personaggi finiscono per vestirsi di bianco, fare voto di silenzio e cercare il senso di tutto ciò. Cercano, in altre parole, di ritualizzare l’evento. Più un evento è traumatico e importante, se non è possibile capirlo o comprenderlo, è quantomeno necessario dargli una forma.

-Per approfondire- Nel 1800, un famoso antropologo andò a vivere in una tribù aborigena su un’isola del Pacifico e – nonostante questa tribù avesse un’organizzazione sociale primitiva – aveva un  cantastorie che durante le serate di luna piena narrava le gesta della propria tribù. Una di queste notti, però, il cantastorie si bloccò per qualche minuto e, nonostante poi avesse ripreso la sua narrazione, per i pochi minuti di silenzio la gente della tribù impazzì, iniziando a correre agitata, farsi del male e strapparsi i capelli. Da questo fatto emerse che anche in una società elementare, il rischio di perdere la propria storia, la propria identità, manda in tilt un’intera comunità. Allo stesso modo, in “The Leftovers” è urgente l’esigenza di trovare modi efficaci per affrontare la sparizione dei propri cari.

2. La setta del santo Wayne (che si rivela essere un impostore alla fine della prima stagione): anch’egli, come i colpevoli sopravvissuti, offre alla gente un modo per affrontare il lutto e il dolore. Nora riesce a superare, o comunque a iniziare un processo di superamento per la perdita della sua intera famiglia grazie a lui.

3. Neal, colui che abbatte i cani, è un personaggio interessante. Perché lo fa? Non si capisce mai cosa intenda dicendo “questi ormai non sono più i nostri cani”, ma possiamo comunque intuirne il significato semantico.

4. Anche le forze armate americane hanno un ruolo centrale, in quanto agiscono più volte contro i colpevoli sopravvissuti e, in generale, nel paese per limitare la diffusione di sette e culti che spesso causano gravi problemi di ordine pubblico. Saranno infatti loro a lanciare una bomba proprio sopra la base dei colpevoli sopravvissuti e uccidere gran parte dei membri della setta.

5. La scienza cerca di dare risposte che per il momento però sono solo teorie. Nora vende la casa a Mapleton per 2,5 milioni di dollari al MIT, i cui scienziati ritengono importante per una questione geografica, credendo che il luogo e lo spazio in cui le persone scomparse si trovavano sia rilevante per la ricerca. Altre però si rivelano teorie tendenti alla follia (come quella delle lenti, i cui sostenitori ritengono Nora sia posseduta da Azrael; o ancora la teoria dei membri di un progetto scientifico che lancia radiazioni sulle persone per far loro raggiungere i propri cari) e mettono Nora di fronte a sentimenti complessi.

6. Poi c’è Kevin. Il nostro protagonista scopre che, una volta morto, finisce in un albergo dal quale per ben due volte è già riuscito a tornare in vita. Da una parte, questo porta Matt a credere che Kevin sia una sorta di nuovo messia; dall’altra, il capo della polizia è incapace di processare il fatto e lo vediamo varie volte mentre cerca di soffocarsi, forse per cercare di morire e nuovamente tornare in vita, forse per trovare risposte, perché non ha gli strumenti per capire, ma vuole capire. Quindi, procede per tentativi.

In questo universo di reazioni e tentativi sul come affrontare eventi improbabili, The Leftovers prosegue il viaggio che Lost aveva cominciato e percorso: quello alla ricerca della verità. C’è chi ci prova con la scienza, chi con la fede, chi con l’esperienza e il proprio sentire. Ma in  qualche modo, tutti devono fare i conti con un senso di incompletezza lasciato da coloro che se ne sono andati.

Tutte le comunità, fittizie e non, devono confrontarsi con la morte, l’unica vera cosa che lega ogni essere umano. Come in Lost, la questione non è nel dove sia andato il 2%,  ma nell’affrontare una nuova situazione che spiazza, per la quale non siamo pronti e non abbiamo e mai avremo gli strumenti giusti. La questione riguarda non solo l’accettazione del dolore e il trovare il modo efficace di affrontare il lutto, ma risiede anche nell’accettazione dell’insensatezza dell’esistenza.

Nessuno ha tutte le risposte e noi soffriamo perché non abbiamo la capacità di capire le ragioni delle cose che accadono. Se, da una parte, dobbiamo continuare a farci domande e trovare almeno alcune delle risposte, dall’altra dobbiamo scendere a patti con noi stessi e accettare la confusione dell’esistenza.

The Leftovers finora si è dimostrato in grado di trattare la questione con brutale onestà, ma i finali di questi racconti sono sempre amari e insoddisfacenti appunto perché la natura della ricerca esistenziale non è quella di trovare una risposta precisa – cosa aspettarsi dunque dal finale di questa storia?  Avremo un finale giusto ma amaro, incompleto e insoddisfacente o ci verranno mostrati altri tentativi?


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