Love, Death & Robots e l’animazione per adulti di Netflix

Article by · 26 Marzo 2019 ·

Se ne è sentito molto parlare in questi ultimi giorni, di Love, Death & Robots, ma cos’è veramente la nuova serie animata Netflix?

Prodotto antologico, composto da 18 puntate di diversa lunghezza, stile e storia, porta gli spettatori davanti a diversi mondi alternativi dove si parla, appunto, di amore, morte e robot, non necessariamente con tutte e tre gli elementi sempre presenti. E se la serie ha come showrunners ben quattro persone, Joshua Donen, David Fincher, Jennifer Miller e Tim Miller, lo sviluppo dei singoli episodi è sempre dato a un diverso studio di animazione, così da permettere agli spettatori di godere sempre di qualcosa di diverso dal punto di vista visivo.

La magia delle immagini

Ebbene, parlare di Love, Death & Robots è più complesso che parlare di altri lavori di Netflix o serie antologiche. Questa serie ha un’anima doppia, divisa tra le meraviglie dell’animazione e la poesia della storia. Dal punto di vista puramente visivo, infatti, è facile godere di ciò che viene proposto. Tra puntate in stile realistico, come Lucky 13 o Secret War, e altre che ricordano i prodotti più per l’infanzia, Suits o Alternate Histories, con tutto quello che ci passa nel mezzo è facile trovare qualcosa per tutti i gusti.

Cercate la superviolenza e il sangue? Nessun problema, c’è Sonnie’s Edge. Preferite qualcosa di più delicato e ipnotico? Ecco a voi Fish Night. Amate l’animazione orientale? Per voi c’è la specialità del giorno, Good Hunting.
Il tutto condito con luoghi tra lo steampunk, l’horror e il cyberpunk, il film di guerra e quello di vendetta. Un contorno di ricerca di sé, o disperato tentativo di proteggere ciò che è caro. E quando nessuna di queste cose fanno per voi, sul menù c’è anche qualche corto divertente dove Hitler muore soffocato in un enorme budino di gelatina o lo yogurt domina il mondo. Ma ecco: se le immagini e l’animazione sono in grado di soddisfare sempre gli occhi, se si va alla ricerca di qualcosa di più profondo o innovativo a livello di storia, bè, ci si può trovare delusi.

Love, Death & Robots & Stories?

Nel titolo c’è tutto ciò che si può trovare dentro alla serie. In ogni puntate è presente almeno uno di questi elementi. Se da un lato è bene, dall’altro è facile che si senta la mancanza di un filo conduttore tra le storie raccontate nelle diverse puntate. Alla fine dei conti, qualsiasi prodotto parla almeno di una di queste tre cose, ma sarebbe difficile giustificare la creazione di una serie TV con Jon Snow protagonista in una puntata e Freddie Mercury nell’altra, anche se entrambe le loro storie toccano sia l’amore, sia la morte. Certo, la natura antologica di questa serie in particolare permette di sorvolare, in linea di massima, su questo dettaglio, anche se sarebbe più facile se le storie fossero tutte di un certo livello, godibili non solo graficamente.

Perché è qui che sorgono i problemi. Se dal lato dell’animazione non c’è niente da dire, con momenti bellissimi come The Witness o Suits, i racconti capaci di lasciare soddisfatti alla fine, con una punta di originalità, si possono contare sulle dita di una mano. Non che quelle non originali non siano belle, il mondo televisivo è pieno di prodotti già visti, reboot e remake. Il problema qui è che Love, Death & Robots si è presentata come una serie innovativa e unica, cosa che riesce a fare solo a metà.

Mancano dei pezzi

Certo, ha i suoi momenti, con episodi divertenti senza essere troppo innovativi o altri capaci di lasciare qualche secondo di fiato sospeso, ma è molto più facile imbattersi nella puntata fine a se stessa più che in altro, dove ci si aspetta che vengano accettate regole fondamentali al funzionamento dell’epidosio senza ricevere spiegazioni valide.

Un esempio? Sonnie’s Edge, Il Vantaggio di Sonnie. In questo mondo le persone sono appasionate di combattimenti tra mostri. Questi mostri vengono controllati mentalmente da piloti, tuttavia Sonnie, la pilota di una di queste creature, è diversa da tutti gli altri. Non è tanto il fatto che non abbia mai perso un incontro l’elemento a cui viene data importanza, ma il suo sesso: il team di Sonnie infatti è l’unico dove a pilotare è una donna. Viene detto chiaramente che le altre squadre non permettono alle donne di fare da piloti. Va bene, ma perché?

Un altro? Good Hunting, Buona caccia. Animazione in stile anime, storia che inizia con spiriti e mostri e finisce in stile steampunk. Tutto molto bene. A un certo punto del racconto la protagonista femmile, ridotta a fare la prostituta, viene trasformata in un cyborg da un ricco pervertito. Esasperata dalla situazione, dopo un periodo non meglio definito di tempo, la donna si ribella e spacca la testa al suo aguzzino. E a questo punto le domande sono due: perché se aveva la capacità di uccidere il tizio, non l’ha fatto prima? Due, perché il tizio ha fatto sì che gli inserti da robot steampunk la rendessero superforte, se doveva essere un automa del sesso?

Questo problema si nota facilmente nelle puntate più lunghe, dove la trama diventa appena appena più complessa del normale, senza per altro che questo sia per forza sinonimo di innovazione.

La differenza sta nella storia e nella sceneggiatura

Hitchcock diceva “To make a great film you need three things – the script, the script and the script”. Una storia e, poi, una sceneggiatura capaci di far passare qualcosa sono in grado di lasciare un ricordo. Al contrario, un racconto che si basa su tette e sangue finisce per essere solo questo. Per questo non si sente molto palare di Beyond the Aquila Rift o Shape-Shifters, due storie dove ci si trova davanti a racconti vecchi e senza nulla da dire, prive, per altro, di battute memorabili in grado di rimanere impresse. Cos’hanno di diverso, per esempio, da Tre Robots o Il Dominio dello Yogurt? L’idea.

I primi due corti infatti sono, in dosi diverse, un misto di guerra, mostri e mascelloni da uomini duri. Un mix che ha dato tutto quello che aveva da dare negli anni ’80 ma che ancora continua a tormentarci.
Il Dominio dello Yogurt invece, senza avere una sceneggiatura spettacolare, ha un’idea di base divertente di cui è difficile dimenticarsi. Certo, come animazione sa un po’ di Pixar che non ci ha creduto abbastanza e il racconto sarebbe potuto essere più coinvolgente, ma rimane uno dei corti più in grado di farsi ricordare proprio perché parte da una seggestione forte. Tre Robots, al contrario, spicca a livello di sceneggiatura. La spiegazione di cosa sia successo agli esseri umani, anche se attuale, non è nuova, ma nel momento in cui le battute tra i tre robot sembrano aver esaurito la capacità di divertire, viene inserito un elemento nuovo (il gatto) che ridà ritmo a una storia già di per sé in grado di farsi amare.

Sex, Blood and Supernatural, le cose “da grandi” che diventano cringe

Raggiunta una certa età si inizia a fare una separazione tra cose “da bambini” e quelle “da grandi”. C’è così il rischio di arrivare a considerare “da adulti” solo quei prodotti con all’interno elementi da bollino rosso, senza tenere in considerazione l’uso che ne viene fatto. Un po’ di nudo gratuito non rende un film per forza da grandi, così come il sesso non è per forza qualcosa capace di dare la profondità necessaria a un prodotto che dovrebbe essere da adulti. Stesso discorso con il sangue, lo splatter e le rivelazioni di finali che non hanno nessun segreto della vita da insegnare.
Purtroppo una, due, o tutte e tre queste situazioni si ritrovano spesso in Love, Death & Robots. Questa serie, venduta come animazione per adulti, fa spesso l’errore di comportarsi come un adolescente al tavolo da Dungeons & Dragons, convinto che basti buttare dentro una storia tutto ciò che a casa non gli permettono di guardare in TV per essere considerato “molto adulto”.

Non significa che i corti realizzati con questo approccio non siano divertenti o capaci di intrattenere, ma definire da adulti una serie solo per questo semplifica la cosa. Della fantascienza che dovrebbe far riflettere sul presente e mettere in guardia sul futuro c’è ben poco in Love, Death & Robots. È divertente, si fa guardare. Poi passa senza riuscire il più delle volte a raccontare qualcosa capace di lasciare il segno.

 


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