The Handmaid’s Tale 2: speranza e disperazione

Article by · 27 Aprile 2018 ·

The Handmaid’s Tale 2 è qui, finalmente. La seconda stagione della serie TV Hulu che ha conquistato Emmy e spettatori è tornata. Questa seconda stagione prosegue le vicende narrate nella prima e nel romanzo omonimo dell’autrice Margaret Atwood.

The Handmadi’s Tale 2: passato e presente

Riprendiamo dove eravamo rimasti: June/Offred (Elisabeth Moss) e le altre ancelle si sono ribellate al volere di Gilead e non hanno lapidato la loro compagna. Emily (Alexis Bledel) è ai lavori forzati nelle distese tossiche distanti dal resto del mondo, con altre prigioniere. June è incinta, ma è anche stata il capo della rivolta delle ancelle, gesto che avrà delle conseguenze. Moira è salva e ha trovato Luke. Hannah, figlia di June e Luke, è a Gilead.

Due stagioni, due livelli temporali

Come nella stagione precedente, The Handmaid’s Tale 2 si muove sue due diversi piani temporali chiari: prima e dopo la salita al potere di Gilead. Il passato, raccontato da June e da Emily, mostra un mondo simile al nostro (fin troppo), dopo Gilead e i suoi fanatici sono saliti al potere.

Se nella prima stagione ci si era concentrati su come certe ideologie siano strisciate piano piano nella mente dei più, fino a rendere Gilead realtà, qui viene mostrato il passaggio da un mondo all’altro, quando ormai Gilead c’è, ma sta consolidando la sua presa. Le persone sperano ancora che tutto andrà per il meglio. Che, anche se le cose si stanno facendo strane, si tornerà alla normalità e faticano a concepire quella nuova realtà come la norma. Il punto di non ritorno noi sappiamo che è già stato superato. Forse lo sospetta anche chi ci è dentro, ma cosa resta se non la speranza di potersela cavare?

Due puntate, due protagoniste

La speranza è ciò che ha June, malgrado tutto. Sa che sua figlia sta bene, che suo marito è vivo e di essere quasi intoccabile, perché incinta. Nelle prime due puntate però sembra prendere una nuova consapevolezza: non è sola. E non nel senso che esiste una rivolta. Nel senso che le persone sono disposte a seguirla, che, in qualche modo, le sue azioni hanno un effetto su chi ha attorno. E anche se la sua sopravvivenza è al primo posto, il suo mondo, che lei lo voglia o no, sembra doversi allargare.

Quando non si ha nulla resta la rabbia. Resta la disperazione. Questa è di Emily. Nella seconda puntata è lei la padrona, diventando co-protagonista. Lei è nelle colonie, dove le esalazioni velenose del suolo consumano la pelle e l’acqua è contaminata. Lì non c’è speranza, perfino la terra l’ha persa ed è in fin di vita. Eppure questo non significa che Emily si sia arresa, anzi. Lei, che nei flashback si mostra come una donna forte, decisa a portare avanti tutte le sue battaglie e far valere i suoi diritti, nemmeno qui sembra aver accettato la morte. Se June ora cerca la Libertà, Emily sembra volere Vendetta. Lo dice: ci sono cose che non possono venire perdonate.

Abitudine e conseguenze

La situazione è cambiata, le ancelle sono prigioniere, ma anche ribelli. Da spettatori viviamo ancora come June, nell’assoluta ignoranza per quel che riguarda gli eventi esterni, ma malgrado questo c’è una sensazione diversa. A darla è proprio l’inizio del pilota: la punizione delle ancelle. Perché vengono punite, ovviamente. Vengono spaventate, sì. Le azioni di June e le altre hanno delle consegunze, certo. Ma per chi?

Un’ancella, due ancelle, possono anche venire uccise o mandate a morire nelle colonie. Ma 10? 20? Viene chiarito nella prima stagione come loro siano la risorsa più preziosa di Gilead e del mondo e quanto ci vorrà prima che si abituino alle punizioni e prendano consapevolezza del loro potere? Quella che viene mostrata come una sequela di abusi fisici e psicologici nasconde una realtà semplice: “non possiamo uccidervi”.

La minaccia delle Zie, “ci saranno delle consegunze”, suona con un doppio significato. Vediamo le conseguenze sulle ancelle, ma il sospetto (o la speranza) che non saranno solo loro a pagare c’è. Gilead, ora che ci siamo abituati, beh… spaventa, ma una volta che si imparano le regole di un gioco se ne scoprono anche le scappatoie. Qui siamo oltre ai rituali e la vita di tutti i giorni e ora che ne conosciamo il falso misticismo fa sì paura, ma non così tanta da bloccare le persone sul posto. I fanatici che si dicono portatori della parola di Dio per quanto potranno andare avanti senza che tutto esploda loro in faccia?

Questa stagione comincia con la consapevolezza con cui è finita la prima: Gilead non è più un mistico e antico terrore senza volto con mille occhi, è un nemico di cui conosciamo il volto e la forma. E una volta che si comincia a capire com’è fatto qualcosa, si impara anche ad affrontarlo.


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