True Detective 3: l’indagine di Mahershala Ali

Article by · 15 Gennaio 2019 ·

Torna, dopo quasi quattro anni dall’ultima apparizione su schermo, la serie creata da Nic Pizzolatto. True Detective è una serie antologica che si propone di raccontare delle crime stories a partire dalle figure istituzionali chiamate ad indagare sui delitti. Dopo una prima stagione osannata da pubblico e critica e una seconda che non è riuscito a bissarne il successo, questa terza ha il delicato compito di rialzare l’asticella della qualità. Ci riuscirà?

Time is a flat circle

1980. Wayne Hays (Mahershala Ali) indaga, insieme al suo partner Roland West, sulla scomparsa di due bambini.
1990. Lo stesso Wayne viene richiamato dai suoi superiori per una testimonianza relativa allo stesso caso, probabilmente per delle novità sopraggiunte.
2015. Un anziano e stanco Wayne si trova a ritornare ancora una volta sugli avvenimenti di quasi quarant’anni prima poiché intervistato da una documentarista che sta producendo un true crime drama su quella storia.

Tre linee temporali e un caso di rapimento che le attraversa tutte mediante gli occhi del protagonista. Non è la prima volta che Pizzolatto sfrutta questo espediente narrativo per remixare le parti del racconto al fine di alimentare il senso di scoperta dello spettatore. Anche la prima stagione, infatti, era basata su questo assunto: da un lato la ricerca del Re Giallo dei due detective nel passato, dall’altro la testimonianza di Rust e Marty nel presente.

Niente di nuovo, ma ci piace

È proprio la prima stagione di True Detective l’ispirazione principale dalla quale l’autore è partito per il soggetto di quest’ultima. Abbandonando l’idea della complessa sovrapposizione di storyline che ha caratterizzato la seconda, Pizzolatto ammicca a tutti coloro che avevano apprezzato la sua prima annata, proponendo una storia strutturalmente molto simile e, tranne qualche intuizione ancora non approfondita, molto più semplice da seguire.
Semplificare non vuol dire sempre migliorare: il rischio è che l’autore tradisca la fiducia dei suoi fan e, non fidandosi della loro intelligenza, renda la sua narrazione più accessibile di quanto poteva essere in origine. Per fortuna non è questo il caso. Nonostante la classicità e la scarsa originalità del materiale di partenza, la trama risulta da subito intrigante e ben costruita. Rifugge la presunzione di essere più di una bella serie crime, scritta e girata molto bene. A consolidare il risultato ci pensano le ottime interpretazioni del protagonista e dei comprimari (Scott McNairy, Carmen Ejogo).

Funziona ancora?

Il discorso più complesso e su cui vale la pena soffermarsi pensando alla portata mediatica di True Detective è quello che porta a chiedersi se la serie sia sopravvissuta al peso degli anni. La prima stagione la ricordiamo tutti come eccellente, ma non è stata la prima iterazione del genere e nemmeno l’ultima. Il suo exploit in termini di pubblico ha permesso una proliferazione del genere crime negli ultimi anni, regalando al pubblico prodotti di ottima fattura, ma anche show prodotti con lo stampino, capaci in modo preoccupante di riproporre all’infinito una formula ormai abusata. Da questo punto di vista la seconda stagione è da lodare, nonostante il risultato. Pizzolatto aveva provato a costruire una trama complessa e a modificare radicalmente il suo stile di racconto. Oggi, questa terza stagione, sembra molto più conservativa della precedente e pare adagiarsi su un racconto che funzionava benissimo quattro anni fa. Nel panorama della televisione contemporanea, in cui la ricerca di “qualità” ha preso il sopravvento su tutto il resto, il pubblico è più affamato di innovazione, e potrebbe non apprezzare uno stile sì elegante ma che puzza un po’ di vecchio.

True Detective 3 si ispira ai fatti della prima stagione, saltando a piè pari l’ardito ma fallimentare progetto della seconda. I primi episodi sono intriganti e la trama, seppur non originale, per il momento regge l’impatto.


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