Uomini che odiano le donne: I Dis-adattati! (Possibili spoiler)

Article by · 10 Ottobre 2017 ·

I Dis-adattati, una rubrica d’informazione sugli adattamenti dai libri di cui (non) se ne sentiva il bisogno. Membro del team “Ma era meglio il libro!”, si snocciolano a tempo perso le motivazioni per cui una serie/film è riuscita o meno, senza offendere (troppo nessuno).

#11 Millennium – Uomini che odiano le donne. Versione americana vs versione svedese.

Uomini che odiano le donne, per l’italia “Millennium (e seguenti sottotitoli)”, è una saga svedese uscita e spopolata durante l’annata del 2007\2008, inaugurando così nel belpaese la collana Giallo Svezia della Marsilio.

Stieg Larsson, giornalista freelance antifascista, un po’ spia, un po’ dissidente, scopre gli altarini di una Svezia misogina, maschilista e dedita al sadismo contro le donne.

La Svezia, carente di grandi registi come Ingmar Bergman, adatta subito la saga in una trilogia uscita nell’arco dei tre anni successivi, subito dopo la morte per infarto dello stesso autore. E cosa poteva fare l’America, nel suo classico stile megalomane, se non riadattare il film “a modo suo?”

I Dis-adattati di questo mese si focalizza sui pro e i contro di due film che parlano, sì, della stessa cosa, ma in modo totalmente diverso. Il remake del primo film, affrontato da David Fincher, presenta diverse discrepanze che non ci hanno lasciati indifferenti.

La prima cosa che differisce in modo evidente della regia americana è la spersonalizzazione di Lisbeth Salander. La leggendaria hacker con sindrome di Asperger e bisessuale, – interpretata benissimo nella resa svedese da una Noomi Rapace che sta scalando le vette di Hollywood – nel remake americano di David Fincher è l’ombra di sé stessa, più tipo “compagna di classe strana del liceo” che donna affetta dall’Asperger.

I tratti di Rooney Mara, spigolosi ma non adatti al ruolo, rendono Lisbeth più bisognosa di metadone perché in cura contro la droga che una leggendaria hacker svedese che è riuscita a ottenere carte segrete dal governo.

Su Daniel Craig vs Mikael Nyqvist le critiche sono minime; i due, di stazza simile e con movenze molto particolari, riescono a incarnare il giornalista d’inchiesta economica svedese alla perfezione, ridando molto carattere a un personaggio complesso già di per sè.

E la storia? Perché fare un remake di un film già esistente?

L’idea, in realtà, in USA era già nata prima dell’uscita di quello svedese; Fincher ha deciso di continuare con la sua storia e ha quindi redatto una storia “secondo lui.”

La storia svedese è molto didascalica (se così si può dire) e ha apportato tagli non indifferenti al libro: è sparita la famiglia di Mikael e l’aiuto della figlia nelle indagini; nel libro, Mikael contatta persone per l’inchiesta che sta svolgendo, nella versione svedese no, quella americana è piena di piccoli particolari, come solo Fincher sa fare, che sembrano filler e che, solo alla fine, sbrogliano l’enorme matassa e arrivano al sodo.

È un peccato dover dire in questa sede che un regista come David Fincher “non abbia saputo fare un film”, perché non è vero.
È che, mentre il film svedese va traquillamente da A a B per linearità di trama e di avvenimenti, in quello di Fincher ci sono un sacco di scene che erano state levate dagli svedesi, proprio perché di poca rilevanza a livello narrativo. Ad esempio, Lisbeth che invece di indagare sul suo mitico pc fa il giro delle biblioteche lascia alquanto perplessi, specie perché già dalle sue prime scene sappiamo che, non solo ha dei problemi con la legge, ma ha anche un tutore legale che le amministra il denaro.

Intendiamoci, Lisbeth nel libro gira dove vuole e come crede, ma la forza di un personaggio del genere era far vedere una tipologia di hacker che uscisse da quegli schemi tipicamente americani (ti hackerizzo il Pentagono col pc della Fisher-Price) e riuscisse a fare il suo lavoro in modo anonimo, come solo anonimo può essere un hacker.

I cambiamenti fisici della Mara sono eccellenti per un film pensato in modo americano e che deve far vedere un hacker (e donna, per di più) di un certo tipo. Ma quella non era la Lisbeth Salander che è stata egregiamente rappresentata da Noomi Rapace e da Larsson.

La comparsata della figlia di Mikael, inoltre, che nel film svedese non c’è, è inutile. Questo perché, alla fin fine, l’apparizione della figlia era per sottolineare la doppia vita di Mikael, diviso tra un divorzio e una relazione aperta con la collega Erika Berger (cosa che è svanita del tutto nella versione americana).

Erika Berger, che è una colonna portante nella psiche di Mikael e lo aiuta per tutta la trilogia, ha un ruolo molto marginale nella storia americana e solo alla fine sapremo che i due hanno una storia, proprio mentre Lisbeth si decide ad andare da Mikael e tentare di stargli vicino in senso intimo (cosa non facile per un Asperger).

Anche la scenografia che fa da sfondo alla storia è molto simile, eppure diversa: se uno dei punti cardine del film svedese era il gigantesco schema della famiglia Vanger che Mikael comincia a redarre dall’inizio dell’indagine, quello di Daniel Craig sembra una cosa improvvisatissima, di poco conto, quasi come se l’inchiesta non fosse così rilevante.

Molto strano, perché, in fondo, Mikael è stato chiamato dalla famiglia Vanger per riabilitare la sua reputazione come giornalista.

Uno dei punti notevoli di Millenniusi si basava sull’attenzione ai dettagli che la produzione europea aveva posto per le case, i salotti e gli appartamentini che vediamo per quasi tre ore di film.

Quello di Fincher, girato tra Vancouver e Stoccolma (mentre lo svedese era girato solo in Svezia), vive di pesanti “vuoti” scenografici che fanno rimpiangere al lettore – e allo spettatore che ha visto l’altro film – le atmosfere claustrofobiche che lo hanno saputo accompagnare per tutta la visione del film.

Eppure, dire che la versione di Fincher è fatta male è far un torto a Fincher, un regista che ci ha dato quei capolavori come “Seven” e “Zodiac”.

È che, come tutti i film di Fincher, che funzionano in un contesto di investigazione americana e con una forte matrice noir, Uomini che odiano le donne risulta sfilacciato, lungo e prolisso anche in scene che in realtà sarebbero chiave per tutta la vicende.

Il drastico cambio del finale, inoltre, ribalta tutte le carte in tavola e ci lascia un po’ spaesati, privati di quella coperta di Linus che noi lettori ci portiamo dietro dall’uscita del libro.

Consigliamo vivamente la visione, sia dell’uno che dell’altro. Sia per passare una serata con un bel thriller, sia per trovare altri particolari che ci sono sfuggiti.

 


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